Jack In the Box, la recensione

“Come è successo?”, “Perché è arrivato a me?”, “C’è una storia di riciclaggio di denaro sporco dietro questo film?” sono solo alcune delle prime domande che suscita Jack In The Box, horror apparentemente convenzionale, uno dei molti che ci arrivano e che seguono (imitandola) la serie di low budget kolossal della Blumhouse, e che in realtà è un’opera indipendente britannica dalla professionalità inesistente.
Per un attimo infatti durante la visione di Jack In The Box sembra di essere trasportati indietro agli anni della spietata exploitation di Roger Corman o di quella spesso ancor più infame dell’horror italiano, quando negli anni ‘80 arrivò a fine corsa e inventiva. Solo che parliamo di qualcosa di decisamente più amatoriale pure di quei film.
Di film brutti o scopiazzati se ne vedono di frequente ma Jack In The Box gioca proprio in un altro campionato, in quello dei film non professionali che, non è chiaro come, riescono ad imbucarsi alla festa della distribuzione professionale ma sono così fuori luogo già dall’abbigliamento che la cosa è evidente a tutti.

A tutti tranne che a noi, perché al momento nemmeno in patria ha avuto un’uscita al cinema.

Solo qui e in Malesia.

La trama non è complicata da intuire. C’è un Jack in the box, una di quelle scatole che, girata la manovella, si aprono facendo uscire una testa di clown attaccata ad una molla, ed è maledetto. Nella sequenza iniziale una coppia anziana la ritrova, fa uscire la testa con risate di sollazzo al rallentatore e parte la maledizione. Lui si allontana, lei viene risucchiata e (tenetevi forte) noi vediamo solo una mano pelosa che rientra nella scatola. Più che una mano pelosa un guanto peloso. Il resto del film seguirà la struttura classica degli oggetti maledetti: ragazzi che lo ritrovano + prime vittime + sopravvissuto che indaga andando a chiedere ai vecchi proprietari + scoperta della mitologia + consulenza con occultista che spiega come sconfiggerlo + showdown finale + errore che fa sì che non sia veramente morto.

Non ci si faccia sorprendere quindi dallo spunto del giocattolo demoniaco visto in Ouija, dall’espediente della fissità della bambola di Annabelle, dal design della marionetta preso da Saw, dal mostro che è un pagliaccio demone come It o dall’uso insistito di carillon come in Profondo rosso. È tutto parte del protocollo standard del pessimo film. Quel che invece merita stupore è l’incredibile uso di sonoro ambientale sempre poco coerente, con echi e rimbombi senza senso, è la fatica pazzesca che questo film fa ad arrivare a 90 minuti, costringendo i personaggi spesso ad annoiarsi e non far niente, allungare il brodo, camminare in stanze vuote in attesa che passi il tempo. È la maniera suicida (e per questo quasi affascinante) con cui inquadra continuamente da vicino il suo mostro, senza alcun senso di mistero, forse in un atto di autosabotaggio, come a chiarire che è un signore con una maschera, un costume e dei guantoni pelosoni.

Nella stessa maniera in cui il protagonista scava all’indietro nella storia della scatola maledetta per trovare risposte, così viene da scavare indietro nella storia di questo film per avere delle risposte. Risposte che parzialmente vengono fornite da titoli di coda pieni di Fowler. Lawrence Fowler scrive e dirige e una buona quantità di persone con il suo cognome hanno lavorato alla produzione. La Fowler Media produce assieme a Up a Notch (il cui unico altro film prodotto è il precedente di Fowler, Curse Of The Witch’s Doll, anch’esso su un giocattolo assassino, quando si dice la poetica di un autore) e il produttore associato è Geoff Fowler.

Impossibile da seguire rimanendo seri, Jack In the Box è così irrimediabilmente cialtrone e incompetente, così pasticcione e goffo che facilmente gli si può voler bene (almeno se non si è pagato un biglietto o un costo di noleggio), non sa fare niente di niente ma sogna in grande. A questo punto la vera delusione arriva quando è evidente che non abbia la forza di affermarsi come un cult involontario, quando è chiaro che non riuscirà ad esagerare così tanto da stamparsi a lettere d’oro nella storia del cinema sbagliato.
Purtroppo anche per quello ci vuole mestiere.