Nota: questo film ci ha divisi particolarmente. Quindi, come capitato altre volte, abbiamo deciso di pubblicare due recensioni. Qui trovate la seconda!

Nato cento anni fa dalla penna di Edgar Rice Burroughs, John Carter (il titolo completo include un "di Marte" che è stato omesso dal titolo del film, forse per evitare confronti con la straordinaria sequenza di flop con la parola Marte nel titolo) è una figura archetipica della fantascienza moderna. L'opera letteraria di Burroughs è stata d'ispirazione a film e serie di culto come Star Wars, Star Trek, Avatar e altro ancora; questo è doveroso premetterlo perché alcuni potrebbero avere l'impressione che il film arrivi fuori tempo massimo. Tuttavia il vero problema del kolossal Disney non sono gli eventuali collegamenti con opere successive al romanzo (che Andrew Stanton in realtà è riuscito abilmente a evitare), ma la sceneggiatura in sè.

Se infatti è evidente la passione di Stanton (che, lo ricordiamo, arriva da una vita passata alla Pixar, avendo scritto o diretto capolavori come Wall•E, Toy Story 3, Monsters & Co., Alla Ricerca di Nemo) per il materiale originale, quello che manca veramente al film è una struttura più chiara e lineare. L'impressione è che quello che vediamo sullo schermo sia la versione accorciata (nonostante le quasi due ore e mezza di durata) di una storia molto più lunga, approfondita e meglio delineata. Stanton è sì riuscito a costruire un universo, quello di Barsoom (Marte), impregnato di una sua mitologia, con culture distinte e una fauna convincente, ed è anche riuscito a scolpire dei personaggi a tutto tondo e credibili (nonostante la situazione – un veterano della Guerra di Secessione che si ritrova su Marte – possa essere la cosa meno credibile del mondo, e questo è un grande merito), ma anzichè far procedere la storia utilizzando l'azione ricorre troppo spesso a momenti di esposizione (show, don't tell!). Una storia come quella di John Carter andava adattata in maniera più cinematografica e forse meno fedele ai romanzi, soprattutto perché chi non conosce i libri potrebbe avere qualche difficoltà a districarsi nelle battaglie tra i popoli di Zodanga, Helium, i selvaggi Thark, le interferenze dei Thern e i numerosi termini derivati direttamente dal materiale originale.

Come detto, i personaggi sono credibili, Taylor Kitsch si trova bene nei panni dell'eroe spaccone a cui tutti (persino quando ancora si trova sulla Terra) chiedono di stare dalla loro parte ma che è davvero poco incline a schierarsi, e Lynn Collins costruisce – pur tra uno stereotipo e l'altro – una protagonista femminile forte e determinata che non può non far pensare a una via di mezzo tra Ipazia e Leia.

I veri protagonisti del film, però, sono gli alieni Thark, straordinari sia nella resa visiva che nell'espressività. A loro curiosamente è affidata sia parte del lato umoristico del kolossal sia buona parte di quello violento (Stanton è riuscito a infilare una decapitazione in un film Disney), essendo una popolazione praticamente barbara e selvaggia. Molto meno riuscite, purtroppo, le figure dei Thern (e in particolare il personaggio di Matai Shang, ovvero Mark Strong) le cui motivazioni non appaiono chiare e che, in realtà, verso la fine del film potevano diventare molto più centrali e interessanti.

Dove John Carter funziona estremamente bene è invece nelle atmosfere: come già detto, Stanton è chiaramente il più grande tra i fan, e ha ricostruito con amore e precisione le ambientazioni, la geografia e le culture di Marte, forte anche della possibilità di girare in esterni (in particolare nel deserto dello Utah). Alcune sequenze sono visivamente pura poesia, con spettacolari viste su Marte e sui resti di culture lontane e perdute. Ma anche nelle scene ambientate sulla Terra Stanton riesce anche a dare sensazioni da Western.

Sul piano tecnico, al di là degli straordinari effetti visivi, davvero bella la fotografia, purtroppo funestata da una riconversione 3D che non aggiunge assolutamente nulla e, anzi, sminuisce il grande lavoro che Stanton ha voluto fare con la pellicola in fase di ripresa. La colonna sonora di Michael Giacchino, infine, appare meno originale di quanto si potesse sperare dal grande compositore, e tende a seguire l'azione in maniera più o meno didascalica dove invece poteva conferire maggiore fluidità al tutto.