Dwayne Johnson sta dimostrando sempre di più di meritare lo statuto di superstar guadagnato. Non solo è un attore molto migliore di quel che non sembrasse agli inizi della sua carriera (Pain & Gain l’ha dimostrato oltre ogni dubbio) ma ha il corpo, il volto e la padronanza dei toni perfetti per eccellere nel cinema leggero, sa farsi volere bene, sa piacere e sa usare le proprie caratteristiche per divertire. Senza di lui il reboot di Jumanji avrebbe avuto molta meno personalità, senza il suo corpo esagerato (credibile nell’azione), le sue espressioni “bollenti” (credibili nella commedia) e la sua capacità di passare dal molto enfatico al molto leggero con una sola battuta, il film non avrebbe trovato il mix perfetto che invece possiede. Dimostrazione di tutto questo è la figura di Karen Gillian, attrice altrove impeccabile, qui invece sempre un po’ spiazzata dal ruolo e dal film, in difficoltà e incapace di dare il proprio massimo.

Attorno a Dwayne Johnson orbita tutto Jumanji, e questo nonostante ci vogliano 17 minuti perché si passi dai ragazzi protagonisti al mondo del videogame omonimo dentro cui i 4 liceali in punizione finiscono. Da The Breakfast Club a Indiana Jones, tramite un videogioco invece che un gioco da tavola come era nell’originale (ma le differenze tra i due sono così tante che è quasi sbagliato parlare di remake o reboot, sono proprio film diversi), Jumanji si propone con arroganza come il nuovo modello del cinema per tutta la famiglia fatto di avventura e buoni sentimenti facili facili. Solo che questo sesto lungometraggio, in una carriera fatta più che altro di tv, di Jake Kasdan desidera anche guardare a Guardiani Della Galassia e al nuovo intrattenimento ad altissimo budget pensato in ottica mondiale.

Jumanji del 2017 è dunque una fusione di diversi tipi di film, ha dei ragazzi “con poteri” che gli vengono dallo stare nei corpi dei loro avatar videoludici, ha dei quest, un villain anch’esso con poteri ma oscuri, ha la musica anni ‘80 e un umorismo molto pronunciato. È la traslitterazione delle piccole avventure Marvel in un altro mondo fantastico in cui tutto è esagerato, quello dei videogiochi. Tuttavia, nonostante la centralità che un videogioco ha nella storia, Jumanji non vuole mai davvero fondersi con quel mezzo di comunicazione, preferisce essere cinema al 100%, fare avventura come si deve (e specie nel finale ci riesce), creando dei personaggi e i loro doppi in maniera elementare (ognuno, nel gioco, finisce per essere l’opposto di quel che è nel mondo reale) per poi sviluppare lentamente le loro ossessioni fino a farle scontrare comicamente.

Senza nessun pensiero che non sia divertire, Jumanji centra tempi e ritmi, ha una sceneggiatura di ferro e sfrutta al meglio il genio di Jack Black (direttamente contrapposto all’altra macchietta, Kevin Hart, e decisamente superiore per profondità e capacità di raggiungere il medesimo obiettivo con un quarto dei movimenti e delle urla). Ovviamente non ha la stranezza dell’originale, ne ha perso tutta quella curiosa maniera di non somigliare ad altro, anzi è diventato più un Tron o quel tipo di film per ragazzi, ma nel farlo ci ha guadagnato in compattezza e sfrontatezza.

Alla fine dunque, andando a controllare la carriera degli sceneggiatori, non sorprende per niente che prima di centrare alcuni ottimi film si siano formati nella televisione. Jumanji ha nella scrittura quel rigore, quella precisione e quella capacità di non tradire che ci siamo abituati a pretendere dalle serie tv.