Jurassic World è una pellicola abbastanza emblematica.

Lo è perché ribadisce come gli ultimi 30 anni di cinema, di relativo immaginario collettivo siano stati plasmati dal terzetto composto da Steven Spielberg, Frank Marshall e Kathleen Kennedy. Non è un caso che questo trio sia ancora oggi responsabile, in veste produttiva, di alcuni dei più grandi successi cinematografici. Non è certo un caso fortuito che il 99% dei filmmaker in attività con un età compresa fra i 25 e i 50 anni citi proprio l’epoca d’oro della Amblin (oltre a George Lucas, è chiaro) come base fondante della propria cultura cinematografica e personale.

Normale che il film porti con sé un bagaglio enorme di aspettative e anche di timori perché si tratta del quarto capitolo di un franchise molto amato, la cui linea narrativa si ricollega direttamente a quel Jurassic Park che, nel 1993, ha cambiato per sempre il modo di fare e concepire il blockbuster (insieme a Terminator 2 – Il Giorno del Giudizio nel 1991), specie dal punto di vista dell’imagerie dell’effettistica digitale.

Lo sguardo di Sam Neill e di Laura Dern di fronte alla visione del brachiosauro è tutt’ora uno dei più grandi “inception” filmici della storia della settima arte, massima espressione di quella “Spielberg Face” vero e proprio marchio di fabbrica del genio di Cincinnati. Lo stupore del Dr. Grant e della Dottoressa Ellie Sattler era lo stesso che nelle sale cinematografiche di tutto il mondo si è stampato su milioni di volti di spettatori di ogni età, razza e religione.

Ma Jurassic World è anche emblema delle difficoltà che una grande produzione hollywoodiana deve affrontare oggigiorno fra opinioni – parziali e inattendibili – affidate ai social e alle message board dei siti e dei forum nel momento in cui i primi materiali ufficiali giungono online, ancora privi di tutti quegli accorgimenti di post-produzione che necessitano di mesi e mesi di lavoro.

Ho ancora le orecchie che mi fischiano per tutti i disfattismi dello scorso autunno, quando il primo trailer della pellicola è stato distribuito dalla Universal. Facile per un addetto ai lavori, o per un lettore più accorto, capire che la computer graphic era lungi dall’essere quella definitiva (e come poteva esserlo, dato che mancavano sette mesi alla release?). Altrettanto semplice e comprensibile, per un amante dell’indimenticabile Jurassic Park, esternare una certa perplessità e preoccupazione per la qualità di quanto visto.

D’altronde lo hanno detto gli stessi realizzatori del film alla première di Parigi: è normale che fra spettatore e film del cuore si venga a creare un rapporto basato sulla possessività. Un aspetto messo in preventivo, ancor più per un film come questo, che ha avuto una gestazione travagliata fra cambi di sceneggiatura, sceneggiatori e inquietanti leak dal set.

 

jurassicworldbanner

 

Poi – siamo onesti – dopo l’exploit di Marc Webb, passato dall’ottima commedia indie 500 Giorni Insieme ai dimenticabili The Amazing Spider-Man e relativo seguito, non era così scontato che un filmmaker proveniente da una commedia dallo spirito altrettanto indipendente come Safety Not Guaranteed – il cui budget di 750.000 dollari equivale grossomodo a quello che sul set di Jurassic World avranno speso in bottigliette di acqua minerale e Coca-Cola – potesse confezionare un film in grado non dico di essere paragonato, ma quantomeno di essere accostato al blockbuster basato sul bestseller del compianto Michael Crichton.

Fortunatamente il trasloco di Colin Trevorrow al mondo del cinema ad alto budget è di certo più accostabile all’exploit di un Gareth Edwards e del suo Godzilla – forse il film più spielberghiano visto negli ultimi anni insieme a Super 8 di J.J.Abrams – che ai due cinecomic di Webb.

A vincere sono anche quelli che aspettano un seguito degno di Jurassic Park da più di venti anni

Tanto per cominciare, è stato abbastanza sorprendente constatare come, malgrado l’ingente mole di materiale promozionale diffuso dalla Universal (sì, compresa quell’infausta prima clip di cui abbiamo parlato direttamente con Trevorrow), la pellicola riesca a mantenere intatto l’effetto sorpresa dei passaggi più riusciti e interessanti. È stata la prima considerazione fatta insieme a Mirko all’uscita della sala di proiezione della Universal in quel di Parigi. E se siamo rimasti spiazzati da questa cosa noi che dobbiamo convivere professionalmente con il progressivo logorio dell’esperienza cinematografica a suon di spoiler e leak, potete crederci.

Altro aspetto abbastanza sorprendente è l’attenzione che la sceneggiatura pone sui personaggi rispetto che all’abuso fine a sé stesso degli effetti speciali (comunque ottimi sia quando affidati alle sapienti mani della Industrial Light & Magic che agli animatronic). Certo, non mancano set pieces magari un po’ scontate e momenti un po’ senza senso che vedono coinvolti i giovani Ty Simpkins e Nick Robinson – d’altronde stiamo sempre e comunque parlando di un “allievo” di Spielberg, non del maestro stesso – ma lo sguardo del regista, anche sceneggiatore insieme a Derek Connolly, pare davvero più impegnato a raccontare quello che accade ai personaggi (apprezzabilissima la chimica fra Chris Pratt e Bryce Dallas Howard, azzeccatissima la scelta di Jake Johnson nei panni dell’informatico del parco), a mostrare la loro evoluzione narrativa che all’anestetizzare l’occhio del pubblico con quella banale, ripetitiva escalation di baraonda visiva e sonora che unisce malauguratamente il 90% delle grandi produzioni di Hollywood. E lo fa riprendendo e riattualizzando, con il giusto mix di occhio nostalgico e visione proiettata al futuro, la trama, il concept alla base di Jurassic Park.

 

Jurassic World

 

Il parco ora è aperto, i dinosauri non sono più una novità e la visione disneyana di John Hammond ha definitivamente lasciato spazio a una concezione smaccatamente corporativa in cui contano solo gli incassi e lo shock continuo dei visitatori. Perché ormai queste creature non impressionano più nessuno e c’è l’oggettiva necessità di scioccare gli avventori del parco tematico con creature sempre più temibili e pericolose, in quella che pare un’oggettiva tirata d’orecchie alla Hollywood di oggi collegata al discorso di poco fa. E qualcosa finisce inevitabilmente per andare storto, perché, come insegna il matematico, anzi, caosologo Ian Malcom (piccolo consiglio: aguzzate bene la vista durante la visione del film….), la vita vince sempre.

In questo caso a vincere sono anche quelli che aspettano un seguito degno di Jurassic Park da più di venti anni, ma pure quelli che non l’hanno mai visto e si avvicineranno alla saga con un film che magari non osa molto dal punto di vista narrativo, ma che si dimostra rispettoso tanto verso il nome che porta quanto verso chi deciderà di spendere 8 euro per andare a vederlo.

E se appartenete alla schiera di chi è rimasto fortemente contrariato dal destino di un certo “personaggio” nel capitolo più detestato del franchise, preparatevi a gioire.

***

Jurassic World Coverage

Cosa ne pensate? Potete dircelo nei commenti qui sotto o in questo post del Forum Cinema.