…Fu la Bella a uccidere la Bestia…

Quando appresi che Peter Jackson avrebbe riportato sugli schermi King Kong sinceramente provai un misto di delusione e scetticismo. Ero deluso perchè non mi aspettavo che uno dei miei registi preferiti decidesse di fare un remake (operazione che negli ultimi tempi sta quasi diventando prassi), peraltro di uno dei più grandi film della storia. Scettico perchè conosco bene i difetti di Jackson, e avendo ben presente i contenuti del film già mi immaginavo una fiera dell’eccesso.
Per due anni ho seguito la produzione del film, dai primi passi della pre-produzione sino all’uscita dei trailer e delle prime recensioni. E tutto quello che traspariva dalle informazioni che leggevo a riguardo era che qualcosa di veramente grande si stava preparando, una operazione che non disdegnava di scadere spesso nel commerciale. Non avevamo sperimentato un tale bombardamento mediatico per Il Signore degli Anelli, altro colossal paragonabile per portata a Kong.

Ebbene, a prescindere da tutto questo contorno commerciale, da tutto il materiale che forse può distrarre dalla sua vera essenza, King Kong è un grande film, e il merito è principalmente di chi lo ha fatto. Solo Peter Jackson riesce a fare film di oltre tre ore che appassionino così tanto, e questo perchè sa curare e sviluppare la storia come pochi altri. Il trucco è la semplicità, e questa semplicità Jackson (e le sue collaboratrici Philippa Boyens e Fran Walsh) la esprime facendo suoi elementi quasi archetipici della nostra cultura e riproponendoli nello svolgimento della trama. Non a caso ritroviamo qui raccapriccianti insetti che già nel Ritorno del Re facevano la loro comparsa (tra l’altro un complimento alla Weta per aver realizzato una delle creature più perverse che la mente umana possa immaginare). Come è altrettanto significativo il continuo riferimento a Cuore di Tenebra durante il viaggio sulla Venture, o la canzone di Al Jolson all’inizio del film, o ancora Bye Bye Blackbird in una delle scene più intense e commoventi della pellicola. Sono tutti elementi che fanno parte della nostra cultura (sì, non più tanto di quella americana) e il regista utilizza per creare veri e propri immaginari.
Struttura semplice, per una storia molto forte come King Kong, significa poter lavorare sul ritmo ed è questo che Peter Jackson fa, e così il film è un continuo saliscendi di emozioni, tutte espresse in una sinestesia di immagini e suoni, come nelle sequenze dell’arrivo alla misteriosa Skull Island (una delle scene più belle viste al cinema quest’anno) quando allo scandire di pistoni a piena velocità succede una gelida tensione a causa della nebbia.

La vicenda del Gorilla è credibile perché tocca aspetti dell’animo umano stesso che Jackson sa esprimere con rara bravura

L’aspetto tecnico è quello che di primo acchito colpirà lo spettatore: gli effetti visivi sono pressochè perfetti, il sonoro curato all’inverosimile, la fotografia satura e luminosa come solo quella di Andrew Lesnie sa essere (curioso che in un primo momento si pensasse a fare un film in bianco e nero). Solo le musiche (a parte i due temi principali, molto intensi) non soddisfano pienamente, forse a causa del lavoro affrettato di James Newton Howard, che comunque il suo compito lo svolge (solo senza toccare i vertici che spesso raggiunge).

Ma la storia di King Kong non è credibile tanto per come essa ci appare sullo schermo. La vicenda del Gorilla è credibile perché tocca aspetti dell’animo umano stesso che Jackson sa esprimere con rara bravura. Il viaggio dannato, l’essere trascinati dagli eventi, la brama di potere e di successo, l’ottusità di una società che sempre più (parliamo degli anni trenta ma la trasposizione ai giorni nostri è ovviamente immediata) si può chiamare spettacolarizzata, il conflitto non tanto tra un manicheista bene e male (è una cosa che Jackson già nel signore degli anelli aveva evitato con bravura) ma tra ragione e istinto, bellezza e mostruosità – sono queste tematiche di grande impatto e profondità a rendere grande King Kong.

Certo non sto dicendo che il film fili liscio come l’olio. Ad una prima parte un pò affrettata (forse soprattuto per il setting psicologico del personaggio di Ann) seguono sequenze d’azione a Skull Island veramente troppo lunghe (non per questo fatte male, semplicemente inutili all’economia del film). Ma sono bazzecole perchè in realtà è proprio la storia che in questo film ti prende, e questo grazie anche all’ottimo lavoro realizzato con i personaggi. Stupisce come ciascuno di essi abbia un proprio arco di sviluppo introspettivo, una vera e propria discesa agli inferi dell’animo umano se vogliamo metterla sul piano metaforico: dalla giungla della città alla giungla vera e propria, dove è l’istinto di sopravvivenza a farla da padrone, ritornando nuovamente alla città ma diversi, cambiati nell’animo. In particolare il personaggio di Ann è quello che più appassiona, forse anche per l’ottima interpretazione di Naomi Watts (che ha dovuto recitare davanti a un blue-screen, non dimentichiamolo). La sua Ann Darrow è una donna che sperimenta la bestialità e l’inumano in tutto quello che la circonda: dai datori di lavoro a New York sino all’insensibile regista Carl Denham (non ci credevo neppure io, ma Jack Black fa davvero bene il suo lavoro e ricorda realmente un distruttivo Orson Welles). E ne resta affascinata, inevitabilmente si fa trascinare dagli eventi ed è così che si imbatte nel più oscuro mistero della terra, l’ultimo segreto del Pianeta, qualcosa di terribilmente animalesco e mostruoso: Kong appunto. E’ in lui che Ann riesce a scovare un pò di umanità, a ristabilire quel rapporto col mondo, e con se stessa – che aveva perduto.

Tutto questo Jackson ce lo mostra con le immagini, perfette e luminose come piacciono a lui, colme di effetti visivi e di spettacolarità, eppure anche intense e commoventi, persino intime, come in una bellissima scena al tramonto su Skull Island, che tragicamente si riproporrà in cima all’Empire State Building. A contemplare i due mondi, quello selvaggio e inesplorato dell’Isola del Teschio e quello quadrato eppure incomprensibile della Grande Mela, stanno gli stessi personaggi: la Bella e la Bestia, due aspetti forse dello stesso animo, quello umano. Perché in ultima analisi King Kong parla proprio di noi, del nostro rapporto con il Mistero – non tanto quello racchiuso in un’isola lontana nell’Oceano, ma quello celato dentro a noi stessi.