La babysitter – Killer Queen, la recensione

Tre anni fa su Netflix uscì un film costruito su un’idea talmente stupida da poter funzionare, e nobilitato dalla presenza di quella che negli anni successivi si rivelerà essere una delle attrici più carismatiche della sua generazione. Stiamo parlando di The Babysitter, o La babysitter se preferite il diversissimo titolo italiano, la storia di un pre-adolescente e della sua tata sexy nonché parte di un culto satanico che ha bisogno del suo sangue per suggellare un non meglio precisato patto con il diavolo: diretto da McG, il film ottenne abbastanza successo da meritarsi tre anni dopo un sequel, The Babysitter: Killer Queen, in italiano, be’, La babysitter – Killer Queen.

 

Meritarsi?

Forse il termine non è corretto, forse sarebbe stato meglio scrivere “abbastanza successo da dover subire l’onta di un sequel”. Uscito oggi su Netflix, Killer Queen è tutto quello che ci si aspetta da un sequel fatto per incassare (nota a margine: bisognerà trovare un termine alternativo e più adatto allo streaming – accumulare visualizzazioni?) e non scritto e girato per velleità artistiche o necessità creative di qualsiasi tipo. È sostanzialmente lo stesso film uscito tre anni fa, con le solite differenze, ci scusiamo per la ripetizione, da sequel: ci sono più cattivi, cambia la location, si alza la posta in gioco. E d’altra parte come dice la nuova protagonista Phoebe (Jenna Ortega, la qui irriconoscibile “young Jane” della serie di The CW Jane the Virgin) al vecchio protagonista Cole (sempre Judah Lewis), “Terminator 2 è uno dei rari casi di sequel che supera l’originale”: l’intento dietro al progetto è chiaro, talmente chiaro da venire spiattellato senza pudore dopo mezz’ora di film, il problema è che se l’idea era di migliorare quanto di buono visto nel primo capitolo, be’, non che fosse difficile ma McG e compagnia falliscono clamorosamente.

L’incipit potrebbe sembrare quasi promettente: tre anni dopo gli eventi del primo film, Cole è un liceale un po’ emarginato e del quale si dice che non è tutto a posto; pare che si sia inventato una tremenda storia di violenze e culti satanici per giustificare “l’incidente”, e sia i suoi genitori sia il suo psichiatra stanno lavorando sodo per convincerlo che non è successo nulla, che è tutto nella sua testa – si chiama “gaslighting” e non è una pratica psicologica riconosciuta né più in generale una grande idea, ma d’altra parte nessuna delle idee espresse in Killer Queen è grande. Per esempio: indicato come ormai irrecuperabile, Cole verrà presto trasferito in un istituto psichiatrico, ma grazie allo spirito di iniziativa dell’amica Melanie (Emily Alyn Lind, anche lei già presente nel primo capitolo) il nostro eroe decide di mandare al diavolo la sua famiglia e fuggire con lei e gli amici per un weekend al lago, dove è in programma una grande festa su una casa galleggiante.

 

Spring break!

In sostanza, se La babysitter era uno home invasion a tinte vagamente sexy-sataniche, Killer Queen vira più sullo slasher classico (uno dei personaggi definisce senza alcuna vergogna la zona dove si svolge il film “Camp Crystal Lake”) a base di orde di teenager che si sbronzano prima dell’inevitabile massacro. O meglio, suggerisce di voler intraprendere quella strada, salvo poi cambiare idea repentinamente, svuotare il party lasciando in gioco solo Cole e gli amici, e inserire il primo di tanti twist più o meno plausibili (nonché l’unico sottoposto a spoiler: fidatevi se vi diciamo che succede presto e si vede arrivare da un chilometro di distanza, per cui non vi stiamo rovinando nessuna sorpresa): anche Melanie e compagnia sono parte del culto, e vogliono uccidere Cole e sacrificarlo al demonio e tutto il resto dell’armamentario satanico-ritualistico già visto nel primo film.

Killer Queen si trasforma così immediatamente in un remake en plein air del primo capitolo, con Cole, accompagnato dalla già citata e misteriosa (quale sarà il suo legame con gli avvenimenti del film? Possibile che sia capitata in zona per caso?) Phoebe, che corre intorno e sul lago inseguito da un branco di assassini, e li assassina a sua volta uno dopo l’altro in modi più o meno creativi. Tutto questo si ripete stancamente fino al climax finale, talmente insensato e confusionario che forse è meglio dimenticarsene al più presto.

 

[Inserire citazione pop qui]

A questo punto potreste ribattere, “chissenefrega se la trama non ha senso ed è copiata dal primo film: mica guardo La babysitter per ammirarne la scrittura, io voglio il sangue!”. E d’accordo, come il primo capitolo anche questo Killer Queen è strapieno di sangue e di scene di violenza estrema e parossistica (quando non parodistica, per esempio tutte le volte che compare Bella Thorne). Il problema è che sono tutte girate in modo stanco e approssimativo, senza troppi guizzi e con un abuso di filtri Instagram, scritte in sovraimpressione fatte usando brutte WordArt di dieci anni fa, freeze frame pseudo-tarantiniani, citazioni pop come se piovesse e persino una quantità eccessiva e sbagliata di slow motion.

È come se McG stesse facendo la sua imitazione di quello che secondo lui è uno stile punk-pop, colorato e menefreghista, e non si rendesse conto che l’unico risultato che consegue è quello di rendersi ridicolo e di risultare anacronistico e forzato. Stiamo parlando di un film il cui climax coinvolge una capanna nel bosco (chiamata proprio così, “cabin in the woods”, nonostante sorga in cima a una collina spoglia e senza l’ombra di un albero) riguardo alla quale il protagonista afferma “ma certo, nessuno è mai stato assassinato in una capanna nel bosco”; e nel quale il personaggio di Andrew Bachelor commenta il fatto di non essere il primo a morire definendola “some post-Jordan Peele woke horror shit”. E d’accordo, siamo tornati a parlare della sceneggiatura, ma a nostra discolpa c’è da dire che Killer Queen è anche un film sbrodolato e logorroico, eccessivamente parlato e che lascia troppo spesso ai dialoghi, e non all’azione, il compito di portare avanti la trama.

I wanna know what love is

In questo quadro di postmodernismo ultraviolento posticcio e artificiale spiccano ancora di più quelle poche sequenze nelle quali McG prova a dare tridimensionalità ai personaggi e ad approfondire per quanto possibile la storia di Phoebe e Cole e del loro rapporto. Ortega e Lewis ce la mettono tutta e hanno la giusta chimica, ma anche questi momenti vengono rovinati dal citazionismo spinto e dalla pervicacia con cui la sceneggiatura si rifiuta di prendere qualsiasi cosa sul serio; un approccio che andrebbe bene in una commedia horror dove la parte comica è effettivamente efficace, e che dunque, inevitabilmente, stride tantissimo in Killer Queen.

Se ne sentiva il bisogno? No, ma raramente si sente davvero il bisogno del sequel di una storia che aveva già detto tutto quel poco che aveva da dire. C’è però modo e modo di ritornare su certi personaggi e certe situazioni (per restare in ambito teen horror, prendete il caso di Ancora auguri per la tua morte), e replicarle uguali a loro stesse con poche insignificanti variazioni e senza un briciolo di entusiasmo non è tra quelli consigliabili. L’unica consolazione è che Killer Queen dovrebbe, a meno di disastri, aver messo la parola fine alla storia di Cole e della sua sexy babysitter satanica assassina.