“Cosa dovremmo sapere di un artista? Cosa dovrebbe rivelare di se stesso e perché dovrebbe essere importante per noi?” Il dilemma enunciato verso la fine di La mia vita con John F. Donovan riassume al meglio il paradosso dell’ultimo film di Xavier Dolan, giunto a trent’anni al proprio settimo lungometraggio, esordio in lingua inglese il cui cast stellare non è bastato a stemperare le aspre critiche da parte della stampa americana. Il contrasto interno risiede nella scelta di costruire un ritratto intimista che privilegia l’aspetto privato dei suoi protagonisti, lasciando che l’eco mediatica delle loro vicende svolga il ruolo di ovattato rumore di fondo. Scelta se non altro peculiare, dal momento che proprio nella reazione del mondo esterno identifichiamo l’origine delle crepe del microcosmo sentimentale dei due personaggi principali. Dolan attinge da sempre alla propria biografia, e vi torna qui – dopo la parentesi teatralizzante di È solo la fine del mondo – per costruire un melodramma sofferto e schietto, che esplora l’isolamento della solitudine procurata dalla celebrità e l’eterna lotta per essere fedeli a se stessi in un mondo incapace di accettare la diversità.

Fulcro del racconto è infatti la contrapposizione tra verità e menzogna, tra identità e maschera: non è la prima volta che Dolan affronta questa tematica, ma in La mia vita con John F. Donovan essa assurge a linea di demarcazione tra i due protagonisti, l’undicenne aspirante attore Rupert (Jacob Tremblay) e la ventinovenne star del cinema John (Kit Harington). La struttura stessa del film sottolinea l’ambiguità del punto di vista scelto dall’autore: sebbene la cornice – il dialogo tra Rupert e la giornalista Audrey (Thandie Newton) – costituisca la base ideale per una narrazione dal punto di vista del ragazzo, ben presto ci vengono mostrate situazioni della vita privata di John di cui Rupert non potrebbe in alcun modo essere venuto a conoscenza. Una complessità che, agli occhi di molti, potrà apparire come caotica e incoerente, ma che ci rimanda al ruolo di osservatori onniscienti che ha caratterizzato quasi tutta l’opera di Dolan, con l’unica eccezione di Tom à la ferme.

Osservando superficialmente la trama, risulta piuttosto ovvio perché un film come La mia vita con John F. Donovan abbia riscosso più critiche che ovazioni alla sua presentazione al Festival di Toronto: tenero nei confronti del proprio tormentato protagonista, attore sull’orlo di uno scandalo, in un’epoca che sembra aver fatto della macchina del fango il proprio strumento inquisitorio imprescindibile, ricco di spunti evidentemente tarpati dal montaggio finale – che ha cancellato in toto la presenza di Jessica Chastain – eppure involuto nella scarna semplicità del suo intreccio, è un film che ha deluso coloro che si aspettavano una denuncia tagliente del potere distruttore e distorsore dei media. Le tinte di La mia vita con John F. Donovan sono più tenui del previsto, aleggia su tutto una rassegnata malinconia cui s’alterna, nei momenti più intensi, una rabbiosa disillusione.

Dolan ha descritto La mia vita con John F. Donovan come un omaggio alla sua infanzia da vittima di bullismo, un messaggio di speranza per qualsiasi ragazzino in cerca di rassicurazioni sulla propria identità; il regista ha infatti preso spunto dalla propria esperienza personale quando, all’indomani della visione di Titanic a otto anni, scrisse una lettera a Leonardo DiCaprio, eleggendolo a suo idolo e costruendosi una bolla onirica protetta in cui ripararsi dalle angherie dei coetanei. Lo stesso fa Rupert, intrattenendo per cinque anni una fitta corrispondenza con John e trovando, attraverso le parole dell’amico di penna, la forza di non mentire mai a se stesso o al prossimo, anche a scapito della propria incolumità. Dal canto suo, Donovan ha a che fare con una fama in ascesa, un fardello che lo terrorizza e lo spinge a negarsi la possibilità di essere felice pur di mantenere intatta la propria immagine pubblica. Costretto tra le maglie di un mestiere basato sull’inganno, John si ritrova ingabbiato in una menzogna che valica i confini della professione e lo soffoca in ogni ambito della vita privata: uniche finestre che gli consentono di prendere ossigeno in questo clima opprimente sono gli incontri col fratello (Jared Keeso) e, appunto, la relazione epistolare col piccolo Rupert.

Donovan

La mia vita con John F. Donovan è un film tutt’altro che perfetto – come non lo era l’osannato Mommy, o lo splendido Laurence Anyways, acme intoccato nella carriera di Dolan – ma certo lungi dall’essere il tedioso, inconcludente abominio contro cui la stampa d’oltreoceano ha lanciato quasi all’unanimità i propri indignati strali. Stilisticamente parlando, non differisce dalla grammatica cinematografica abituale del cineasta canadese: primi piani strettissimi e indiscreti, che indagano le pieghe dell’animo attraverso le micro-espressioni del volto; carrellate improvvise atte a enfatizzare un focus visivo; ralenti la cui melodrammaticità non teme di sconfinare nel kitsch. Ovviamente, non sarebbe un film di Dolan senza urla e strepiti tra madre e figlio, ma qui la dinamica si raddoppia grazie ai parallelismi biografici tra John e Rupert. Il primo ha un rapporto di amore-odio con l’alcolizzata Grace (Susan Sarandon), mentre Rupert non risparmia alla nervosa Sam (Natalie Portman) feroci scudisciate che ne feriscono la già frustrata autostima.

Siamo però lontani dalle crude, irrisolvibili asperità di J’ai tué ma mère o Mommy: stavolta, di fronte a noi non abbiamo genitrici in guerra con la propria prole, bensì figure in grado di comprendere i figli e di intuirne i segreti anche laddove i pargoli non sembrano disposti a condividerli. Nella dolcissima, finanche melensa scena del ricongiungimento tra Sam e Rupert emerge tutto l’anelito conciliatore, tutta la natura pacificatrice dell’intero film su cui si basa il film. Una sequenza che fornisce al regista l’occasione di tracciare un ennesimo parallelo tra i due protagonisti, laddove John si rifugia a casa della madre in un estremo tentativo di aggrapparsi alle proprie radici e ritrovare il se stesso più autentico, lontano dagli artifici delle logiche di mercato. È un Dolan fallibile e maturo, quello di La mia vita con John F. Donovan, che prende in giro i propri stilemi – la scena iniziale con Audrey che commenta l’obsoleta cabina telefonica di Praga ne è un esempio chiaro e ironico – e che, nelle parole di Rupert adulto, sembra voler spiegare non solo il senso del proprio cinema, ma quello dell’ intera macchina filmica.

“È un film di maschere, che ribadisce la poetica di Dolan e il suo interesse primario a trattare questioni legate all’identità personale e al dovere di preservarla dalle influenze esterne”Ecco quindi la settima arte assurgere a un ruolo educatore in nulla inferiore a quello svolto dai mezzi d’informazione: Rupert vince l’iniziale scetticismo di Audrey riuscendo a trovare un punto di contatto nella ricerca strenua della verità e nella lotta per difenderla. È un film di maschere, che ribadisce la poetica di Dolan e il suo interesse primario a trattare questioni legate all’identità personale e al dovere di preservarla dalle influenze esterne. Rupert è un John in fieri, la sua verde età non gli permette ancora di conoscersi appieno, ma l’esperienza vissuta attraverso il rapporto epistolare con il giovane attore sarà determinante nel fargli comprendere chi sia, al di là di paure e vergogne imposte da una società tirannica nel punire tutto ciò che è altro.

Sarebbe certo interessante confrontare questa versione di due ore scarse con il mastodontico montaggio iniziale, rivisto e corretto per enfatizzare il rapporto tra Rupert e sua madre. Perché sì, può cambiare la confezione, può cambiare la produzione, può cambiare la storia: la linfa vitale dell’opera di Dolan rimane la medesima, ancorata con viscerale attaccamento alle dinamiche filiali poiché, come dice Grace contestando la teoria di John secondo cui provengono da “pianeti” diversi, “io vengo da questo pianeta, e tu vieni da me”. Accettare la propria origine diviene quindi il primo e fondamentale passo per accettare se stessi: un fatale incidente o una psiche troppo devastata impediscono a John di cogliere i frutti di questa felice intuizione, ma nulla impedirà a Rupert di costruire la propria vita su questa raggiunta consapevolezza. In questo senso, il finale è una catarsi balsamica che offre allo spettatore – attraverso lo sguardo di Audrey – la fugace, incontestabile visione di un giovane uomo che sa ciò che desidera dalla vita: conosce se stesso e, di conseguenza, può finalmente accettare di essere amato per ciò che è.

 

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