Prima film casalingo con Ethan Hawke, borghesuccio vittima della sua ignavia ideologica, poi film urbano e notturno nei due sequel con Frank Grillo working class hero bianco d’azione, e ora apertamente cinema politico, blacksploitation dei nostri anni dalla parte dei marginali e apertamente contro il governo. La Prima Notte del Giudizio inizia molto bene come un vero cinema di serie B in cui si sta dalla parte dei marginali, dei papponi e dei pesci piccoli, boss di quartiere e criminalucci che una società così ingiusta come quella in cui vivono porta addirittura ad essere la parte giusta (che poi era il cuore di tanta blacksploitation) ma perde sempre di più coerenza e lucidità.

Stavolta vediamo la storia di tutti quelli che solitamente nei film d’azione muoiono senza che gli sia data importanza, vista però dal loro punto di vista. Il loro tentativo di rimanere vivi nella prima notte del giudizio, cioè il prequel della saga in cui vediamo come il partito neo conservatore che si fa chiamare Nuovi Padri Fondatori, ha creato questa pratica. C’è una psicologa a guidare l’esperimento nella sola zona di Staten Island a New York, povera e marginale, e c’è la politica ad imporre che debba essere un successo anche se all’inizio sembra che nessuno voglia dedicarsi ad atti violenti. L’obiettivo che nei primi film era sottile qui è urlato: “Siamo troppi, dobbiamo eliminare i poveri per non doverli sostenere con il welfare”.

Purtroppo più il film avanza più dimostra dei problemi produttivi, cosa molto strana per una produzione Blumhouse, casa solidissima e sempre molto abile nell’avere chiari gli obiettivi delle sue opere. Ci saranno personaggi inizialmente importanti completamente dimenticati, anche dopo che puerilmente dichiarano urlando di essere loro la metafora “della notte”, ci sono personaggi incoerenti come quello di Marisa Tomei, ideatrice della notte a braccetto con il partito che la promuove che dopo poco si chiederà: “Cosa ho fatto!?!”. E ci saranno personaggi trasformati lungo il film senza che ci venga spiegato bene perché.

Ma anche il tono del film oscilla tra il classico inseguimento urbano della saga scritta da James DeMonaco a momenti in cui imita (e bene!) lo stile d’azione e arti marziali di The Raid (circa un paio di minuti sulle scale che fanno rimpiangere che non sia tutto così) ad altri ancora in cui con fare più pavido abusa di un pessimo sangue in computer grafica capace di dare a tutto un tono veramente da 4 soldi. Tono che invece molte altre parti del film non avrebbero. Ad esempio non lo hanno i notiziari che seguono in diretta l’esperimento della prima notte del giudizio, con il loro tono imparziale e blandamente preoccupato che proprio per il suo non essere apertamente di condanna suona terribilmente collaborazionista.

Ci sono insomma tantissime suggestioni di possibili altri film dentro La prima notte del giudizio che non sono mai seguite e che non si incastrano benissimo tra di loro, solo il filone del piccolo boss interpretato da Y’lan Noel, che alla fine si maschera da John McClane e diventa un eroe locale come fosse Super Fly, è coerente, ma è troppo poco decisamente e così sfacciatamente politico da far risultare il film molto meno politico di quanto non fossero invece i precedenti.