Non è facile far scendere il boccone di La Vita In Un Attimo.

Il creatore di This Is Us (già sceneggiatore per la Disney e Pixar), Dan Fogelman, orchestra un racconto ad intreccio con trame che si chiamano tra di loro, metafore esplicite e chiavi d’interpretazione ancora più gridate, per parlare di genitori e figli, in una catena continua di nascite e morti, richiami e intrecci. Là dove qualcuno perde la vita, un altro vede la propria cambiare, là dove tutto sembra perduto, scopriamo poi da un flashback che era nata un’altra storia che avrebbe portato ad altre vite ancora e quindi altri amori ma anche sofferenze e via dicendo.

Se suona come una specie di Guillermo Arriaga con meno ambizioni autoriali (meno paesi) e più colpi allo stomaco è perché è esattamente questo. Alcune storie partono distanti, in altre lingue, e poi scopriamo che dopo anni si collegano ad altre, alcune invece sembrano finite e invece vedremo essere fondamentali per altre ancora. Il mondo e le persone che lo abitano sono collegate dai sentimenti, sempre uguali, sempre condizionanti.
La melassa è tanta ma sarebbe obiettivamente sopportabile se La Vita In Un Attimo non ne facesse il centro di tutto, se non urlasse il suo statuto di film d’impegno facile e non cercasse metodicamente di imporre allo spettatore quel che deve leggere in queste storie.

Olivia Wilde studia letteratura e fa una tesi sul narratore inaffidabile nella quale teorizza che la vita è il narratore non affidabile definitivo e tutto il film sarà all’insegna di questo, in un coacervo di amori folli e gelosie estreme che condizionano i figli o i padri. Per salvare tutto il salvabile La Vita In Un Attimo è pieno di sentenze, montaggi di baci e abbracci, arrivi di bambini con musica che sale e tanto sole che entra dalle finestre. Senza nessuna vergogna inanella una serie impressionante di abbinamenti e clichè che stanno al cinema come la rima cuore/amore sta alla poesia.

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