La chiusura della 77ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stata affidata a Lasciami andare diretto da Stefano Mordini, impegnato nuovamente dietro la macchina da presa dopo Gli infedeli, e che dovrebbe avere un’atmosfera a tratti horror faticando però a costruire la tensione necessaria a rendere il progetto rilevante pur sfruttando la suggestiva cornice di Venezia in modo molto lontano dalla consueta rappresentazione “turistica” della città e della sua bellezza.

Al centro della trama in stile ghost story c’è Marco (Stefano Accorsi) che scopre che la sua compagna Anita (Serena Rossi) è incinta. Nel passato dell’uomo c’è un matrimonio con Clara (Maya Sansa), finito male dopo una tragedia: il figlio della coppia, Leo, ha infatti perso la vita a causa di un incidente e i genitori stanno affrontando il lutto in modo molto diverso. Marco è diventato alcolizzato e ora cerca di uscire dal tunnel della dipendenza, mentre Clara sembra incapace di trovare un nuovo equilibrio, rimanendo bloccata in un tunnel di disperazione e angoscia. La loro situazione prende una svolta sovrannaturale a causa dell’entrata in scena di Perla (Valeria Golino), la proprietaria della loro nuova casa, che vuole incontrarli sostenendo che suo figlio Giacomo sia entrato in contatto con lo spirito di Leo.

Mordini firma la sceneggiatura del film in collaborazione con Luca Infascelli (Brutti e cattivi) e Francesca Marciano (Il Miracolo), cercando un approccio in cui l’elemento “incredibile” degli eventi assuma dei contorni quasi realistici, proponendo spiegazioni scientifiche, filosofiche e riflessioni sulla vita dopo la morte. Il risultato, tuttavia, non è all’altezza delle aspettative a causa di una caratterizzazione delle situazioni e dei personaggi fin troppo prevedibile e priva di pathos, rendendo anche la dimensione emotiva poco approfondita e superficiale, limitandosi a proporre figure a grandi linee di un padre tormentato dai sensi di colpa e di una madre che non trova una spiegazione all’assenza.

Lasciami andare non riesce a trovare il modo di suscitare brividi e mantenere il mistero legato alla presenza di Leo, rifugiandosi nel facile espediente dell’analisi psicologica dell’elaborazione del lutto da parte dei due protagonisti. A convincere è però, a tratti, la scelta di mostrare dei protagonisti assolutamente “comuni”, ben interpretati da Stefano Accorsi e Maya Sansa, alle prese con qualcosa di inspiegabile che li lascia entrambi alla deriva. Dispiace, invece, che la figura di Anita passi rapidamente dall’essere comprensiva e di sostegno all’uomo che ama al rifiuto e alla gelosia nei confronti dell’ex moglie, senza mai offrire a Serena Rossi materiale interessante oltre a quello legato alle sue (brevi) performance canore.

Valeria Golino, inoltre, non può fare molto per dare spessore a un personaggio femminile privo di chiaroscuri e che viene costruito prevalentemente grazie al trucco e ai costumi per mostrarne progressivamente la vera natura.

Il film di Mordini riesce però a sfruttare bene l’ambientazione a Venezia, di cui si mostra anche in parte l’acqua alta eccezionale che l’ha colpita a novembre 2019, decidendo persino di aprire l’opera con la sirena che annuncia l’innalzamento della marea e sfruttando le immagini senza spiegarne l’eccezionalità ma preferendo invece utilizzarle per introdurre l’idea dell’impossibilità di salvare qualcosa che sta inesorabilmente affondando. La città viene così ritratta in modo totalmente distante dall’idea di meta turistica e museo ad aria aperta, dando spazio alla vita quotidiana tra canali, palazzi secolari e lavoratori.

Non basta tuttavia il fascino di una storia molto personale e della bellezza di una città per risollevare le sorti di un progetto penalizzato dal tentativo di fondere generi diversi senza mai riuscire a entrare in reale connessione con la profondità e la complessità della tematica trattata.