C’è un piccolo film modernissimo su Prime Video, L’immensità della notte, è scritto da due esordienti (Craig W. Sanger e Andrew Patterson) e diretto da uno dei due (lo stesso Patterson). Parte con una cornice da Ai confini della realtà, finge di omaggiare quel tipo di storie anni ‘50 che titillavano e stimolavano la fantasia con spunti radicali, ma in realtà fa qualcosa di profondamente diverso: ricrea quell’atmosfera per mettere in scena il processo stesso del raccontare storie, il gioco di rimando delle informazioni. Che al momento è quanto di più moderno riescano a fare i film (quando lo fanno).

Due ragazzi che lavorano in una radio locale, in una serata in cui buona parte del loro paese sta ad una partita di pallacanestro, scopre una frequenza radio strana. Trasmettendo sentono un rumore che non identificano e cominciano a raccogliere informazioni, tramite la radio e gli ascoltatori, su questo rumore. È un campionario di storie e indizi che diventano un’indagine in fretta e furia su qualcosa che pende sopra tutti loro.

L’immensità della notte è un film di conversazioni, anche inutili (soprattutto inutili), un film di nastri fatti andare, di storie raccontate al telefono e attese. Come L’ufficiale e la spia è un film in cui il viaggio per arrivare alla meta conta più della meta (nel film di Polanski l’esito è noto qui c’è anche quell’elemento di suspense), un universo di piccole azioni e fatica nel fare tutto quello che gli altri film saltano con un’ellisse o montano velocemente. Invece qui è proprio il montaggio l’arma principale per dilatare una nottata rimandando di continuo l’attesa senza mai far scendere l’attenzione. È un lavoro complicato che proprio manipolando il ritmo tiene avvinti.

Ci sono in L’immensità della notte una serie di piani sequenza per la città deserta, ci sono delle corse lunghe e c’è una specie di misurazione del territorio in lungo e largo, delle distanze e del tempo che serve a percorrerle, non è solo un tenere fede ad un gran titolo, ma proprio il desiderio di trovare nella fatica della scoperta una vibrazione tutta sua. Lo sforzo dei due protagonisti e soprattutto la loro visibile eccitazione di fronte a qualcosa di forse extraterrestre, di fronte all’essere così prossimi allo sconosciuto, è tutto lì, ed è sottolineato da una colonna sonora che non lavora come ci aspetteremmo, ma che, di nuovo come in molto cinema moderno, torna ad armonie e strumentazioni molto classiche.

Tutto in questo film sembra spingere e desiderare un monologo in più, un racconto in più fatto al telefono o da un’anziana signora, un altro rimando e un altro indizio. Di film scritti bene se ne vedono ma raramente ne vediamo di scritti con un tale piacere per la scrittura in sé, così grande da servire la scrittura il più possibile, con un tappeto di cicale che funziona da rumore anempatico (quello che in sé sarebbe asettico, senza caratterizzazione emotiva, ma proprio per questo nella scena diventa inquietante, come la doccia di Psyco) e fornisce un che di racconto di paura tradizionale, altrimenti impossibile da creare.

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