La Disney ha chiesto a Lasse Hallström di farsi un po’ Tim Burton trasformare Lo Schiaccianoci in qualcosa di simile ad Alice In Wonderland. A lui si è poi affiancato nella fase finale (diversi giorni di riprese aggiuntive più tutta la determinante fase di post-produzione) un vero uomo di fiducia Disney, veterano di 1000 film per ragazzi passato indenne anche attraverso i Marvel Studios: Joe Johnston. Il risultato va ben oltre Tim Burton e crea un film molto migliore benché proceda su quella stessa strada, cioè la trasformazione di una favola tradizionale in un racconto fantasy.

Prima di ogni altra componente Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni ha un impatto visivo fortissimo, non solo per la qualità della fotografia (che dell’impianto visivo è solo il primo livello) ma anche per il lavoro su costumi, trucco parrucco e scenografia. L’opulenza londinese degli inizi (con tantissimi echi di arte e barocchismo alla russa, tanto che viene il sospetto sia ambientato nella Russia zarista), il regno in cui Clara viene trasportata seguendo gli indizi lasciati dalla madre morta e dall’inventore Drosselmeyer oltre alla sua ricerca di un’identità, sono curati con un look e un design che solo superficialmente sembrano i soliti e invece tradiscono un gusto di livello superiore alla media.

Anche le musiche di Tchaikovsky che nulla avrebbero a che vedere con questo Schiaccianoci fantasy sono contrabbandate un po’ ovunque con efficacia, ben integrate da James Newton Howard nello score e capaci di saltare fuori senza sembrare un pesante omaggio ma anzi un normale complemento. Nel mondo dei giocattoli in cui Clara è indirizzata dalla sua curiosità e dagli adulti, si trovano 4 regni con altrettanti reggenti, uno dei quali è in guerra con gli altri, tanto che l’accesso al suo reame è proibito. È quello dei topi. Clara lo scopre (assieme a noi) tramite un balletto classico che ne rimette in scena la storia. Ed è stupefacente come tutto questo non sia pesante o teatrale, ma anzi dinamico e cinematografico. Lasse Hallström, che così facilmente è capace di appesantire ogni sceneggiatura, qui vola leggero, così tanto da sorvolare stranamente qualsiasi possibile esito romantico tra la principessa e lo schiaccianoci (è la vera nota negativa).

E leggero in sé il film non sarebbe, perché è un’avventura tra regni, principesse, armate, guerre e soldatini di stagno gonfiati a proporzioni normali. Solo verso la fine il film, nella furia della sua dimensione fantasy, dei salvataggi e di una serie di costumi e trovate che ricordano sempre più l’estetica attraente e disturbante di Nel Fantastico Mondo di Oz piuttosto che Narnia, dimentica le proprie origini, le musiche, la leggerezza e il carattere della propria trama. Troppa carne è andata al fuoco ormai e bisogna tirare le fila della trama dismettendo i riferimenti alle opere classiche.

Poco male. Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni, assieme a Cenerentola e Il Libro Della Giungla ma per ragioni completamente diverse, è uno dei migliori “nuovi adattamenti in live action” della Disney, anche se per apprezzarlo bisogna rinunciare ben presto a rivedere la storia nota o ad avere delle musiche nulla più che una serie di assaggi. Uno dei pochi che riesce a mettere in scena il passaggio d’età in una storia realmente personale e realmente avventurosa, giocando su dinamiche non certo nuove del cinema ma con una capacità di far vedere, di mettere in scena, di trovare colori, luci, costumi e ambientazioni che abbiano davvero un carattere suggestivo.

Se il parente più vicino insomma rimangono i grandi mondi costruiti dal fantasy, le storie di re e regine, con trame di palazzo, confini da mantenere, eserciti da schierare e animali magici da cui un piccolo individuo può farsi aiutare per essere determinante in uno scontro immenso (il tipico paradigma tolkeniano), della favola Hallström riesce a mantenere non certo il fascino novecentesco ma la finalità e la dimensione autoconclusiva. Clara passa attraverso quest’avventura con uno schiaccianoci per superare la morte di sua madre e per tornare diversa, donna, alla sua vita e dalla sua famiglia a Londra.