Lockdown all’italiana non è ambientato nel nostro mondo ma in quello di Enrico Vanzina, che è una versione teatrale della vera Italia degli anni ‘80 con molti riferimenti (a parole) al presente. Una versione teatrale ispirata alla commedia sofisticata viennese e fatta di divisioni nette (i ricchi da una parte, i poveri dall’altra, entrambi consci del proprio stato), di equivoci cortesi, di ragazze avvenenti che vengono a stare al piano di sotto, di occasioni per tradimenti onnipresenti, di donne giovani e belle che si concedono sempre a uomini bruttini ma simpatici e riferimenti pop.

Stavolta siamo una tacca più in basso della media del cinema di Enrico Vanzina quanto a rapidità e sbrigatività nello scrivere. Più che altrove la scrittura è in funzione della recitazione (già solo in Sotto il sole di Riccione, per citare uno dei film più recenti, non era così) e si appoggia agli interpreti modellando tutto sulla loro comicità. Quelli scritti da Enrico Vanzina sono canovacci e gli interpreti più che dei personaggi si trovano ad avere per le mani delle maschere che devono riempire di recitazione. Ognuno con le proprie capacità. Tanto che nonostante la sceneggiatura rigida ognuno sembra portare il proprio umorismo (si veda il piccolo ruolo di Riccardo Rossi) con risultati non eccezionali e molto episodici. È abbastanza evidente insomma che più della scrittura delle gag e di quello che ci possono dire su di noi a Enrico Vanzina interessava un mood più generale.

Nonostante infatti la grande quantità di ovvietà per chi conosca la sua filmografia e l’uso abbondante di figure archetipe in situazioni archetipe, un paio di dettagli di Lockdown all’italiana stupiscono. Perché come sempre in chi lavora sui generi con rigore, sono le piccole variazioni a raccontare tempi e mutamenti.

Il primo è come stavolta e solo stavolta abbia fatto del suo classico eroe appassionato di calcio, benestante, affamato di donne, di vitalità e insofferente alle gabbie matrimoniali, una figura intellettuale. Suona il pianoforte con delicatezza, legge Gabriel Garcia Marquez e fa discorsi ponderati. Quando lo interpretava Christian De Sica era una figura sempre negativa, spesso ridicola, a tratti mostruosa. Quando lo interpretano Gigi Proietti o Max Tortora è un brav’uomo, una persona onesta vittima della famiglia. Un padre rassegnato. Con Ezio Greggio è un misto: un dotto, un sofisticato che non si rassegna al passare del tempo ma anzi è sempre pronto al rimorchio e tiene con sé pasticche di viagra.

Il secondo dettaglio invece è puramente di regia. In questo primo film anche diretto da Enrico Vanzina c’è un curioso e un po’ stonato piano sequenza circolare durante una conversazione a tavola. È un virtuosismo non impeccabile che sembra non appartenere al resto del film per tono e stile, e segna la prima volta che un film di Vanzina ci si separa così bruscamente dalla messa in scena invisibile e distante. Ma soprattutto la poca trama che conduce gli spettatori ad uno strano finale in cui i poveri sembrano mettere nel sacco i ricchi (sebbene a distanza) è chiusa da uno sguardo in camera serio, prolungato e molto grave che precede la dissolvenza sul nero. Sono pochi secondi nello stile del cinema d’autore tanto più clamorosi per il fatto di essere proprio l’ultima immagine. Non c’entrano molto con il resto del film ma fanno sì che questa sia una commedia che si chiude come un dramma senza speranza.

Ogni spettatore farà quel che vuole di quella chiusa così strana per un film così sciatto, di certo è curiosa e senza precedenti per Vanzina.

Sei daccordo con la nostra recensione di Lockdown all’italiana? Scrivicelo nei commenti dopo aver visto il film