Nell’anno in cui ricorre il centenario dalla fine della Grande Guerra, Peter Jackson si fa cantore della Storia col suo They Shall Not Grow Old, presentato al Festival di Londra. Frutto di un minuzioso lavoro di restauro di filmati – molti dei quali inediti – girati proprio durante il primo conflitto mondiale, Jackson integra le immagini con le testimonianze dei reduci in voice over, concedendosi rarissime sovrapposizioni musicali.

Un’operazione che, se condotta con mano appena più pesante, sarebbe risultata irrispettosa e kitsch: l’intervento di colorazione dei filmati, così come la creazione da zero di una traccia audio plausibile con quanto mostrato nei fotogrammi, potrebbe infatti far storcere il naso alla frangia più rigorosamente filologica del pubblico. Ogni polemica diviene però pretestuosa di fronte alle innegabili, solide radici di verità che sostengono il lavoro di Jackson, esaltate e mai distorte o fagocitate dall’intervento del cineasta neozelandese.

Inizialmente, sembrerebbe quasi che They Shall Not Grow Old non voglia discostarsi dal consolidato filone di documentari sull’argomento, proponendoci una serie di spezzoni in bianco e nero relativi all’inizio delle ostilità e all’ondata di ingenuo entusiasmo che travolse i giovani dell’Impero Britannico, ebbri di cavalleresco romanticismo ed esaltati dinnanzi alla prospettiva di poter servire il proprio paese, dimostrandosi a tutti gli effetti uomini fatti e cresciuti.

Scorrono davanti a noi ragazzini di diciotto, diciassette, a volte persino quindici anni, pronti a mentire sull’età pur di prendere parte a quella che, ai loro occhi, aveva l’aspetto di una rocambolesca avventura. Ecco però che, a mezz’ora dall’inizio, They Shall Not Grow Old cambia rotta: il bianco e nero diventa colore e, con l’ausilio di un audio creato da zero ma perfettamente coerente con quanto offerto ai nostri occhi, lo spettatore viene catapultato al fianco di quei giovani, in mezzo ai loro sorrisi dai denti marci e alle loro cancrene.

Spesso e volentieri, l’attenzione di Jackson si concentra su singoli volti in mezzo a un gruppo, isolandoli attraverso primi piani che sono, in tutto e per tutto, manifestazione di una volontà artistica e poetica precisa: è una tragedia, quella della Grande Guerra, fatta di individui il cui nome ormai si è perso nel tempo, ma le cui sembianze precise e inconfondibili vengono oggi restituite alla vita e alla morte, come nel caso dei molti cadaveri britannici e tedeschi che Jackson, in barba a qualsivoglia tentazione edulcorante, espone dilaniati sullo schermo senza censura.

Va da sé che They Shall Not Grow Old sia un’operazione non solo commemorativa ma anzitutto antimilitarista; e come potrebbe essere altrimenti, ascoltando le testimonianze di chi partì per il fronte col cuore gonfio di eroismo da romanzo per ritornare – i più fortunati – con un marchio indelebile nell’anima e la consapevolezza che una vittoria non possa cancellare il sangue versato e l’orrore subito? Sono i protagonisti di quella sventurata fetta di Storia a gridare a gran voce che no, non c’è nulla di bello nella guerra, nulla di bello nell’uccidere o nel morire a vent’anni per mano di qualcuno che, in un mondo migliore, avrebbe potuto esserti amico.

In quest’ottica, la colorazione diviene veicolo di significato, linfa vitale che ci ricorda come questo dramma sia stato umano prima che politico, fatto di sangue e carne prima che di strategie e patti. Non c’è comodo pacifismo di rappresentanza, né archetipica retorica hollywoodiana nel film di Jackson; prevale piuttosto l’invito alla riflessione, attraverso la restituzione doverosa e onesta di uno, cento, mille volti a una sciagura il cui ricordo non può e non deve sbiadire.