Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Già, perché è facile vedere in The Imitation Game di Morten Tyldum, film d’apertura del London Film Festival, il doveroso omaggio a un grande uomo di scienza: quell’Alan Turing che, durante l’ultimo conflitto mondiale, decriptò il famigerato codice Enigma usato dai tedeschi per le comunicazioni segrete. Un tributo che arriva a poco tempo dal tardivo mea culpa del Governo Inglese, che nel ’54 riservò all’ex salvatore della patria un’implacabile condanna per omosessualità, cui seguì castrazione chimica e conseguente suicidio del brillante matematico a soli 41 anni.

Pioniere scientifico, padre ideale dei primi computer, nato e vissuto in un tempo irriconoscente che ne decretò la fine: gli elementi ideali per la creazione della perfetta agiografia laica. Se a questo si aggiunge un cast ben assortito, capeggiato dal prezzemolino divo del momento Benedict Cumberbatch, luminoso rappresentante della prestigiosa ondata di nuovi talenti britannici, è legittimo aspettarsi una pioggia di lacrime e una valanga di emozioni.

E invece no. Buoni ingredienti, senza ombra di dubbio, ma non sufficienti a far spiccare il volo a un prodotto che paga, in parte, il pegno di un carico di aspettative accresciutosi nel corso degli ultimi mesi. Il limite di The Imitation Game è però la sua scolasticità pigra e facilmente melodrammatica, che racconta l’uomo Turing con la circospezione di un riassunto da enciclopedia. Manca il graffiante dolore della persecuzione, manca lo strazio del corpo deformato dalla terapia ormonale; la tremenda odissea di Turing è ridotta a una trattazione evenemenziale che poco beneficia della frammentazione narrativa in tre parti (adolescenza, ricerca per decriptare Enigma e vicenda giudiziaria). Frammentazione gestita in modo non sempre impeccabile, e che certo da sola non basta ad affrancare il film dai cliché di sceneggiatura più abusati, cui fa eco una regia diligente ma banalissima, che conferisce al prodotto finale un’estetica fin troppo televisiva – come televisivi, nella peggiore accezione del termine, sono tutti gli effetti visivi atti a ricostruire gli scontri bellici. E parlando di piccolo schermo, The Imitation Game si può definire superiore in poco o nulla a Breaking the code, film per la televisione dedicato alla sfortunata vita di Turing con protagonista un intensissimo Derek Jacobi.

Anche in questo caso, motore tragico e linfa vitale dell’intera storia risiedono nella vibrante performance del protagonista. Grazie a un’interpretazione che rivitalizza anche i passaggi narrativi più fiacchi, Benedict Cumberbatch dipinge un ritratto di raffinatissima sensibilità, che tocca le sue vette più alte non tanto in corrispondenza degli scatti d’ira o dei crolli nervosi – comunque splendidi – ma nella piccola goffaggine quotidiana, contraddistinta da una sapiente gestione di una micromimica credibile e a tratti commovente. Quello che, sulla carta, si discosta ben poco dal prototipo cinematografico e televisivo – tanto in voga ultimamente – di sociopatico, spicca il volo e riesce a fronteggiare con invariata efficacia gli alti e bassi di un copione tutt’altro che memorabile. Fa da contraltare a cotanta caleidoscopica verve l’intollerabile leziosità smorfiosa di Keira Knightley, che si conferma una delle attrici più sopravvalutate degli ultimi anni. Non l’aiuta certo la sceneggiatura, che riserva ai comprimari un approfondimento psicologico superficiale e approssimativo, scolpendoli a colpi d’accetta e salvandoli in corner dall’essere satelliti incolori che orbitano attorno all’astro Turing/Cumberbatch.

Manca a The Imitation Game il coraggio di una visione precisa e incisiva, quel coraggio che è l’ingrediente spartiacque tra la mediocrità e l’eccellenza. Ma, in fin dei conti, le ambizioni di Tyldum e compagnia non erano così elevate da poterne decretare l’effettivo fallimento. Evitando di puntare troppo in alto e attenendosi a un tradizionalismo sobrio e composto, The Imitation Game si limita a puntare tutto sul cavallo vincente Cumberbatch, rischiando seriamente di farlo salire sul palco del Dolby Theatre da trionfatore. Per un film che incarna alla perfezione il concetto di senza infamia e senza lode, è una prospettiva piuttosto invidiabile.