LONTANO LONTANO, DI GIANNI DI GREGORIO: LA RECENSIONE

È strano e stranamente familiare, intimo e al tempo stesso molle, indifeso e vulnerabile il cinema di Gianni Di Gregorio, come un membro della famiglia a cui non si può che voler bene, come un amico di vecchia data sempre disponibile. Dopo Pranzo di Ferragosto, il suo fulminante esordio, aiutato, supportato, prodotto e coadiuvato da Matteo Garrone (i cui tratti sono ampiamente riconoscibili nel film), ha faticato a replicare quel fascino e quel successo. Ora Lontano Lontano, con questo titolo stucchevole da favoletta, tenta una strada politica sempre dal livello strada, sempre dalla sedia di un bar con un bicchiere di bianco. Inizia così questo film, con l’immagine che era il marchio iconico di Pranzo di Ferragosto.

Stavolta però Gianni si trova in un quartiere buono di Roma e non è il solito derelitto ma un professore in pensione. Ovviamente non naviga nell’oro ma si porta dietro lo charme della cultura classica anche quando si mette in società con due amici decisamente più scalcinati di lui. L’obiettivo è partire, andarsene dall’Italia per vivere in un luogo in cui i pochi soldi della loro pensione li rendano dei ricchi. Un professorone gli consiglierà le Azzorre, dando il via così ad una strana, maldestra, goffa e economica preparazione alla partenza.

Quella di Di Gregorio è sempre la grande epica dei teneri sconfitti che tanti cuori colpisce nelle sale italiane, il fascino in forma di commedia dei disperati sempre pronti alla battuta, che sognano sempre oltre lo steccato. Lo stesso Di Gregorio, protagonista come sempre, recita con le camminate, con le giacche piegate su un braccio, trascinato dal più coriaceo e vitale Giorgio Colangeli. È uno spettacolo dimesso in sé.

Il film non sta tanto in cosa accadrà a questo terzetto (ai due si aggiunge ad un certo punto anche Ennio Fantastichini), sarebbe sciocco stare a far le pulci agli eventi che in fila li vedono peregrinare in una incompetente preparazione al viaggio.
Il film sta semmai nel tono molle e soffice che Di Gregorio sa creare, in quell’idea di romanità da sconfitta, in quel regionalismo, anzi comunalismo piccino e intimo che gli appartengono con così poco sforzo.
Roma è una città decisamente sovraraccontata e sovrarappresentata dal cinema italiano, ma tra le molte rappresentazioni che potrebbero essere considerate ridondanti e superflue non c’è quella di Di Gregorio, che affonda le mani in uno spirito collettivo così velleitario e così umano da conquistare anche al netto di un film che dire imperfetto è un eufemismo.

Il finale darà un colpo al cerchio ecumenico della tolleranza e dei buoni sentimenti, una specie di messa in prospettiva dei guai di questi 3 travet romaneschi che sembrano maschere eterne dell’arrangiarsi tra i vicoli del centro storico. Ma tant’è. Lontano Lontano, come già detto, non lo si ama certo per la trama.

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