Nella seconda giornata del Lucca Movie Comics and Games Warner Bros. presenta una pellicola, Prisoners di Denis Villenueve, dai toni forse un po' fuori luogo dato il genere di manifestazione e considerato il divieto ai minori di 18 anni apposto dalla censura. Poco male, vista la qualità finale del film, apprezzabile sotto svariati punti di vista. Il tutto a cominciare dalla gestione di un tema, quello del rapimento di due bambine molto piccole, che sarebbe potuto facilmente scadere nel trito e ritrito, nel sentimentalismo da hard discount, nelle macchiette drammatiche dei genitori disperati e del poliziotto dal cuore buono.

I 150 minuti del lungometraggio si avvertono tutti, ma quest'affermazione non va intesa in senso negativo, come se Prisoners andasse a creare un'atmosfera opprimente e soffocante per lo spettatore.

Al contrario.

Ogni singolo istante del film innesca dei meccanismi che spaziano dall'empatia al rigetto, dalla curiosità verso la risoluzione dell'enigma fino ad arrivare agli interrogativi morali che l'agire dei personaggi fanno insorgere.

Villenueve e lo sceneggiatore Aaron Guzikowski si muovono in maniera perfettamente bilanciata fra i topoi del thriller e le sfumature del film drammatico, donando all'opera una doppia identità che non esonda mai mai nella schizofrenia narrativa. Le sezioni più canonicamente investigative arrivano proprio nei momenti più consoni, come a fornire all'audience la possibilità di “respirare” e di “riprendersi” dal loop di questioni morali innescate dalle maschere drammatiche che abitano e danno vita alla vicenda.

A leggere queste righe, si potrebbe pensare che la trama vada a mettere troppa carne al fuoco: rapimenti ai danni di due bambine, gestione della perdita, violenza e giustizia privata, battaglie contro i demoni del proprio passato.

Rischi che vengono aggirati con maestria sia a livello di regia che a livello di scrittura nonché grazie a interpretazioni magistrali da parte di tutti i membri del cast. Su tutti, è inevitabile anche per una questione di minutaggio sullo schermo, ad emergere sono Hugh Jackman e Jack Gyllenhaal che ci consegnano due interpretazioni d'alta scuola, che sono una l'antitesi dell'altra.

Jackman vive in maniera tormentata, e per questo perfettamente credibile, la sua situazione di fervente religioso alle prese con la nascita di sentimenti dettati da violenza cieca, brutale, desiderio di vendetta. L'eccesso di emozioni lo fa deragliare fuori dalla pacatezza e razionalità delle battute iniziali di Prisoners. Come prendere una posizione netta, ben definita d'innanzi alle azioni, estremamente brutali e violente, di un uomo cui è stata sottratta una figlia fermamente convinto del fatto che la polizia non stia facendo abbastanza per ritrovarla?

Gyllenhaal, dal canto suo, dipinge un poliziotto deciso a non voler fallire anche a causa dei fantasmi affrontati nel suo passato e sussurati allo spettatore da piccoli dettagli: una frase pronunciata al momento adeguato, l'inquadratura di particolari come tatuaggi a sfondo religioso, un carattere che va ad empatizzare con i genitori delle piccole rapite, ma che non rifugge da attimi di vero e proprio scontro con il papà impersonato da Hugh Jackman. Sembra disilluso, disincantato, ma la sua interpretazione, che, a parte una scena di crollo psicologico, agisce per sottrazione in maniera diametricalmente opposta a quella sovraccarica di rabbia di Jackman, ci consegna un poliziotto complesso e non complessato come tante volte è accaduto con i tutori della legge cinematografici e il loro sovraccumulo di drammi del e dal passato.

E in un epoca in cui i film tendono a voler spiegare ogni cosa allo spettatore, Denis Villenueve si merita un'ulteriore dose di lodi per come è riuscito a dare vita a un'opera che riesce a comunicare così tanto allo spettatore non solo con quello che viene detto esplicitamente sullo schermo, ma anche per quello che viene solo suggerito o bisbigliato nelle orecchie del pubblico.