Da Ostiense a Monteverde (location romana), da Ivan Cotroneo a Federica Pontremoli (sceneggiatura), da Patrizio Marone a Walter Fasano (montaggio), dal dramma sentimentale alla commedia fantastica (genere), dalla passione concreta al fantasma d'amore (poetica). Molti cambiamenti nel cinema di Ferzan Ozpetek per quanto riguarda il buffo Magnifica presenza. Un film scherzoso e per certi versi sorprendente che prosegue la serenità di Mine vaganti aggiungendoci dei simpatici ectoplasmi.

Il poster di Magnifica Presenza

Il gay protagonista c'è. E non è il tipicamente italiano “amico di Dalla”, nel senso che non è un personaggio che deve nascondere alla società il proprio orientamento sessuale come Andrea Renzi nelle Fate ignoranti. Non deve nemmeno combattere all'interno della sua famiglia (Mine vaganti) o vivere il lutto all'interno della propria comunità di amici (Saturno contro). Il gay è pazzo, sfigato, solo come un cane e forse anche un po' cretino. Fantastico! Ma Ozpetek l'ha capito?

Pietro Pontechiavello (diventerà presto Pietro Ponte per ragioni di casting) è arrivato dalla Sicilia per provare a sfondare come attore. Di notte fa il cornettaro, di giorno sogna la recitazione… e vede fantasmi. Elio Germano è eccellente nel farne un personaggio dal bassissimo quoziente intellettivo. La casa di Monteverde presa in affitto è abitata da strane presenze alcune delle quali esteticamente magnifiche. Pietro, che in una scena esilarante scopriremo essere più psicolabile e ossessivo di qualsiasi fantasma pestifero, dovrà capire, come tradizione vuole, cosa impedisce il sonno eterno agli spiriti e provvedere alla loro serenità ultraterrena. E' una ghost story, ragazzi: che bello! Ma per Ozpetek dovrebbe essere anche una riflessione sul rapporto tra verità e finzione: che palle! Come nella Finestra di fronte ancora una volta una tragedia del passato riaffiora in un presente distratto (come se Roma fosse invasa da fantasmi condannati al ricordo del dolore), e come in Cuore sacro l'arrivo di un potente e misterioso personaggio femminile (lì una conturbante Olimpia Carlisi, qui una terrificante Anna Proclemer) presenta una situazione di eccitante pericolo dalle tinte gialle. C'è un mistero da scoprire.

E Pietro? Pietro è un bambinone cresciuto, un Forrest Gump italiano, uno che non sa distinguere un fantasma da uno squatter e una notte di fugace passione da una relazione d'amore: “Io non riesco ad essere gay, figurarsi se riesco ad essere eterosessuale” dice con non convincente autoconsapevolezza alla quasi cugina un po' troppo vogliosa (brava Paola Minaccioni) che di fronte alle sue visioni lo ammonisce: “Tu devi scopare!”.

Il film è una favola metropolitana con trans che fanno i cappelli sottoterra al servizio di una Badessa (uomo) e sono in grado di scovare le persone come e più degli elfi di Babbo Natale e Chi l'ha visto? (scena fantastica), professionisti azzimati che fanno i travestiti per divertimento, fantasmi che rubano le figurine di un album con personaggi del Risorgimento (????) e si commuovono quando vedono la fotografia di due farmacisti su internet. Per la scarsa immaginazione ed eccentricità del cinema italiano, è oro colato. C'è anche una gita in tram per una Roma notturna che ti riconcilia con il fascino della Capitale (scena molto simile a una gitarella in autobus del papa in Habemus Papam).

Cosa c'è che non va? Poco a dirla tutta. Essenzialmente… Pietro. Il film è buffo e pazzerello ma quello che avremmo voluto da Ozpetek è meno indulgenza nei confronti del suo protagonista. Mentre un Terry Gilliam avrebbe enfatizzato la follia di Pietro portandolo ad essere più ridicolo e tragico non dimenticando la pericolosità esistenziale del suo atteggiamento beota (probabilmente l'avrebbe fatto pure morire in modo atroce), Ozpetek rischia di farne una bella statuina tanto sensibile, tanto morale e infine stucchevole. Questo non solo è cinematograficamente sgradevole… ma è anche socialmente pericoloso. Pietro è scemo come una zucchina. Punto. Chi di noi si farebbe consigliare da un fantasma per un provino cinematografico (ilare cammeo di Daniele Luchetti) rischiando così di sputtanarsi un'occasione sulla carta fondamentale? Perché invece Ozpetek lo tratta in modo così paternalista, retorico e ipocrita? Manco fosse “l'amico di Dalla”.