Confrontarsi con un classico cinematografico è sempre un autentico salto nel buio. Può portare alla gloria come all'oblio, si rischia di restare schiacciati da paragoni impietosi e uscire sconfitti dalla battaglia, a volte prima ancora di essere scesi in campo a combattere.

Per questi motivi, occorre accostarsi alla materia originaria con rispetto e, soprattutto, piena coscienza di ciò che di nuovo si vuole dire al pubblico; le riscritture pedisseque lasciano il tempo che trovano e, francamente, hanno sinora collezionato più sconfitte che vittorie.

Premesso ciò, un'operazione come quella portata avanti da Maleficent appare, sulla carta, quantomeno legittima se non accattivante. Prendere un villain tra i più iconici della tradizione cinematografica disneyana per eleggerla a nuova protagonista, raccontando la fiaba a tutti nota da un inedito punto di vista, era un'idea che poteva contare non solo su un solido materiale di base da rielaborare – il classico d'animazione del '59 è un autentico gioiello di narrazione e stile visivo – ma su un ampio spazio d'invenzione, garantito dal già citato cambio di protagonista.

Eppure, malgrado tutte queste ottime carte, la partita non ha avuto esito positivo, complice soprattutto uno script superficiale e approssimativo, che non riesce a sposare al meglio i suoi innegabili buoni propositi di innovazione con la necessità di concisione.

Il regista Robert Stromberg, benché abbia alle spalle un curriculum di tutto rispetto sia come scenografo che come artista di effetti visivi (spiccano titoli come Avatar, Shutter Island, Dragon Heart, Il labirinto del fauno, Master and Commander e Alice in Wonderland), si trova qui alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, a dover dar corpo e voce alla sceneggiatura – tutt'altro che impeccabile – di Linda Woolverton, che qualche danno aveva già combinato con Alice in Wonderland.
 

Oltretutto, va detto che la prima parte del film è stata completamente riscritta, avvalendosi di riprese aggiuntive dirette da John Lee Hancock, intervenuto anche sulla sceneggiatura. A questo proposito, non sarà difficile ravvisare in questo Maleficent qualche strizzata d'occhio a una certa chiave di (ri)lettura che trova uno dei suoi esempi più significativi in Biancaneve e il Cacciatore, scritto dallo stesso Hancock, basata su un radicale ridimensionamento delle storie d'amore all'interno delle fiabe. Non che ciò sia un male, badate: il risultato di questa scelta drammaturgica ha dato ottimi risultati in Frozen, ponendo per una volta l'accento sull'amore fraterno piuttosto che su quello romantico, su cui i film della major hanno già detto molto – forse fin troppo. Tuttavia, Maleficent non ha il coraggio di staccarsi del tutto dai canoni tradizionali, e proprio nella prima parte confeziona una barcollante storia d'amore che germoglia e inaridisce inspiegabilmente. Dio benedica la sintesi, ma qui si esagera: la trasformazione di Malefica da buona a cattiva viene trattata con rapidità ma certo con più cura rispetto a quella, del tutto improbabile, del futuro re Stefano (Sharlto Copley). È forse questo personaggio il peso maggiore del film, tratteggiato con colposa superficialità – errore imperdonabile, nel momento in cui si è scelto di renderlo uno dei personaggi principali di questo adattamento.

Ma sarebbe ingiusto concentrarsi solo sugli aspetti negativi; perché di lati positivi, questo Maleficent ne ha eccome. Primo tra tutti, la vibrante, convincente performance di Angelina Jolie, che regge in piedi il film dall'inizio alla fine, persino nei momenti più traballanti – non si potrà evitare di sorridere nel vederla, in una delle scene finali, inguainata in una tenuta che ha ben poco della Malefica disneyana e molto della Catwoman burtoniana. In un minestrone di personaggi di contorno evanescenti e scialbi, cui fa eccezione forse solo il fido aiutante Fosco interpretato da Sam Riley (nemmeno le tre fatine si salvano completamente dall'istupidimento coatto della sceneggiatura firmata Woolverton), la Malefica della Jolie si muove con eleganza non solo di gesti, ma anche e soprattutto di espressioni. Il suo dolore, come la sua gioia, sono sempre sapientemente trattenuti, in un contesto in cui sarebbe stato facile scivolare in patetismi di maniera. Persino nella costruzione del rapporto con Aurora, prevedibile dall'inizio alla fine ma non per questo privo di verosimiglianza, l'attrice riesce a catalizzare le proprie emozioni, costringendo il pubblico a simpatizzare tralasciando le evidenti lacune dello script. La principessa Aurora di Elle Fanning le fa da spalla con una grazia troppo spesso profumata di leziosità, ma il rapporto sviluppato tra la giovane e la sua misteriosa nemica è il cuore pulsante dell'intero film, nonché l'unica ancora di salvezza in grado di evitargli una rapida scomparsa nel dimenticatoio.  

Qualche perplessità potrà destare, nel pubblico, la scelta di de-romanticizzare la storia di Aurora, relegando l'insipido principe Filippo (Brenton Thwaites) a un ruolo quasi di macchietta. Se il tradimento nei confronti del classico Disney salta agli occhi, un esame più approfondito può tuttavia generare una riflessione in grado di nobilitare l'intero progetto Maleficent: la fiaba originaria della Bella Addormentata nel Bosco, narrata e rinarrata da tanti autori nel corso dei secoli, è sempre stata metafora della vita femminile. Dalla culla alla minaccia dell'adolescenza, simboleggiata dal fuso dell'arcolaio, fino al lieto fine concretizzato – come d'uopo – nell'amore a cui il principe la introduce, la fiaba è allegoria di un messaggio tanto chiaro quanto, ormai, antiquato. L'idea della realizzazione completa attraverso l'unione con il principe di turno, l'ha dimostrato Frozen, non è l'unica via percorribile per le eroine disneyane, e di sicuro non è la più interessante da raccontare oggi. Alla luce di questa breve analisi, lo stravolgimento – perché di questo si tratta – dei cardini del film del '59 appare figlio di una modernizzazione concepita con criterio, anche se non del tutto messa a fuoco in fase di scrittura.

In conclusione, Maleficent non è un film riuscito; malgrado ciò, merita comunque un elogio per essersi assunto dei rischi, fermandosi a qualche passo dalla meta e mancando, per un soffio, un bersaglio certo più nobile e alto di quello che ci si sarebbe potuti aspettare. Come già per Alice in Wonderland, il coraggio di rileggere il classico regalandogli un retrogusto femminista non basta, ahinoi, a promuovere il film a pieni voti: può darsi che basti, tuttavia, a convincere il pubblico più sensibile a concentrarsi sui lati positivi del film.