Quello di Memorie di un assassino è probabilmente il miglior finale di tutto il cinema degli anni 2000. Era vero nel 2003, quando il film fu presentato al festival di Cannes (era solo il secondo di Bong Joon-ho) ed è vero oggi che il film esce in sala, per la prima volta in Italia, grazie al grandissimo successo di Parasite. È una benedizione che Academy Two cerchi di dare lustro a questa perla che viene dal momento di massima propulsione del cinema coreano, quando Park Chan-wook, Kim Ki-duk e Bong Joon-ho (più una schiera di altri cineasti dietro di loro) toccavano le loro vette più alte dando vita ad una spinta i cui effetti si sarebbero sentiti per i 17 anni seguenti.

Memorie di un assassino, rivisto oggi, è un film che aveva anticipato lo stile contemporaneo e nel quale si trova tantissimo di quel che è venuto dopo.

La storia è quella di un’indagine vera. Quelli del titolo (sarebbero ricordi di un omicidio, non di un assassino) forse sono i ricordi del volto dell’assassino che ha il povero scemo del villaggio, vittima ingiusta dell’ossessione e della caccia, forse sono i ricordi che nel finale ha il poliziotto protagonista (magari tutto il film è un suo flashback a partire dal finale) o forse ancora sono i ricordi che Bong Joon-ho ha di quel periodo, i violenti anni ‘80 coreani. Memorie di un assassino è infatti un film in cui l’indagine in primo piano è sempre associata a cosa accade nello sfondo, sia metaforicamente che formalmente. C’è un intero paese in stato di difesa e in atteggiamento violento che viene descritto mentre i protagonisti indagano e anche nelle singole scene c’è sempre qualcosa che accade nello sfondo (caratteristica che poi Bong si è portato appresso fino a Parasite).

Alla fine quelle stesse persone che ieri torturavano, violavano le regole, agivano con violenza e ossessione, 17 anni dopo, sono quelle che hanno conquistato il benessere vendendo tecnologia nella nuova Corea del miracolo economico.

Come in una lezione di cinema la maggior parte delle scene sono girato in lunghe inquadrature, lasciando che il montaggio interno sostituisca il montaggio reale, staccando il meno possibile ma muovendo personaggi, oggetti e spostando il fuoco dell’azione dal primo, al secondo e alle volta anche il terzo piano per dare dinamismo. E del resto ogni momento del film è così denso da poter raccontare una, due o tre storie parallele che contribuiscono e arricchiscono sia le informazioni che soprattutto il senso della scena. È uno sforzo pazzesco, che racconta di una potenza e una forza giovanili in quello che sappiamo essere un vero maestro.
Ed è commovente ritrovare Song Kang-ho, attore che poi Bong si sarebbe portato sempre appresso fino a Parasite, nella loro prima collaborazione. Anche lui più giovane ma bravissimo, decisamente sopra ogni altro attore (la scena in cui canta il karaoke, quella breve nella sauna o la maniera in cui alterna idiozia e determinazione sono uniche).

Dentro Memorie di un assassino, oggi, si può vedere il rapporto del male con una società infame che sarà al centro del fantastico Goksung (cioè The Wailing), si può vedere la rarefazione dei film moderni, la capacità di usare la realtà di una vera indagine per un lavoro totalmente finzionale senza alcuna soggezione e si può vedere la mutazione che sarebbe arrivata al cinema di genere, diventato quello d’autore (ma era qualcosa di vero per tutto il cinema coreano di quegli anni). Soprattutto si vede una storia raccontata benissimo in cui ogni singola piccola scena è così curata da far venire voglia di averne ancora, di vedere quella subito dopo in un’attrazione morbosa, in cui l’assassino è destinato tormentare tutti, sempre vicinissimo (come dice il finale) ma mai raggiungibile.

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