Fin dalla prima scena di Mission Impossible III, si capisce che i realizzatori hanno sbagliato tutto. Quella che, normalmente, dovrebbe essere una scena sorprendente, ma dal ridotto tasso emotivo, vorrebbe invece avere un forte contenuto umano. Nulla di male, ma se poi parte la celeberrima (e tutt’altro che drammatica) sigla della serie, allora l’idea non è delle migliori.
Come spesso succede nelle pellicole di spionaggio contemporanee, gli autori vorrebbero prendere due piccioni con una fava, fondendo insieme spettacolarità e sentimenti umani. Ma il mix, in questo caso, non funziona, anche perché la stupidità la fa spesso da padrona.
Non ho svolto un addestramento all’interno della Cia, ma ho idea che un gruppo di agenti segreti, mentre interrogano un pericoloso criminale, non dovrebbero essere a volto scoperto, né chiamarsi con i loro veri nomi.

Non mancano peraltro una serie di luoghi comuni e di banalità indegni anche di una produzione televisiva di basso livello. Quante volte abbiamo visto una spia che vuole smettere, ma che è spinta comunque a continuare il suo lavoro? In quante centinaia di pellicole e telefilm qualcuno riesce ad eludere la sorveglianza di una telecamera attaccando una foto? E quanti drink sono stati gettati volontariamente addosso a qualcuno per spingerlo ad andare in bagno a pulirsi (peraltro, non si capisce perché, senza la guardia del corpo, neanche fosse un momento intimo e privato)?
E del solito gioco di maschere, che è una caratteristica fondamentale della serie, ormai non se ne può più. D’accordo imitare i volti alla perfezione, ma le differenze nei corpi dovrebbero essere ben evidenti…

Ma, purtroppo, i lati negativi della sceneggiatura (di Alex Kurtzman & Roberto Orci, che già avevano fatto danni notevoli in The Island), non terminano qui. Che dire di una rivelazione sorprendente nel finale, che in realtà è una delle scelte più telefonate che si siano mai viste al cinema? O di un incredibile perbenismo di fondo, che spinge a dedicare una scena (per il resto inutile) soltanto per spiegare che non c’è stato nulla tra Ethan Hunt e un’allieva del corso. Per non parlare poi della discutibile citazione di Pulp Fiction o di un Cruise che, ad un certo punto, sembra volerci ricordare Hannibal Lecter.
E’ impossibile poi, per noi italiani, non ridere di cuore di fronte alle scene ambientate a Roma, in cui Cruise e Jonathan Rhys Meyers si avventurano a parlare un italiano buffissimo e in cui la nostra polizia che protegge il Vaticano (ma non dovrebbero esserci le guardie svizzere?) si fa fregare da un agente segreto soltanto perché ha la divisa. Il giro in motoscafo sul Tevere, peraltro, è già un’icona trash.

D’altronde, c’è poco da fare, nonostante le buone intenzioni, alla serietà si preferisce qualche gimmick spettacolare (basti pensare alla scena con il cattivo sull’aereo) o delle assurdità esplosive (un ferito che decide di gettare una bomba, nonostante lo scoppio lo ucciderà sicuramente).
Ci si poteva evitare, almeno, i dubbi esistenziali di Ethan Hunt sul rivelare o meno la sua identità alla fidanzata (a proposito di cose già viste…), anche perché questo tema avrà una conclusione ridicola.
Incredibile a dirsi, anche le scene d’azioni sono piuttosto disastrose (e non in senso buono). All’inizio, assistiamo a dieci minuti di esplosioni e combattimenti massacranti, ma il tutto, nonostante l’importanza della missione, non riesce a scuoterci dal nostro torpore.
E anche la sequenza più complessa (e costosa) del film è girata pessimamente, con missili che arrivano sul bersaglio con una lentezza esasperante.

Per quanto riguarda il cast, sembra di essere di fronte ad una di quelle squadre sportive che mette assieme una sfilza di campioni, senza però che l’allenatore riesca a trovare la giusta alchimia. Cruise mette nel ruolo un impegno eccessivo (considerando che è difficile prendere sul serio quello che fa), così come Hoffman è troppo rigido per essere un cattivo adatto alla pellicola (stendo un velo pietoso sulla sua uscita di scena). D’accordo il non voler scadere nel macchiettistico, ma non siamo neanche di fronte ad una tragedia shakespeariana.
Il resto del cast (anche e soprattutto per l’inconsistenza dei personaggi) non lascia grandi tracce. Il problema maggiore riguarda Michelle Monaghan, che interpreta la fidanzata del protagonista e di cui non sappiamo praticamente nulla, nonostante alla fine rivesta un ruolo fondamentale.

Di fronte a questo misero spettacolo, verrebbe da pensare che la serie non possa che fermarsi qui. Ma, considerando la povertà di action movie degli ultimi mesi, non è da escludere un buon successo al botteghino, almeno per le prime due settimane di sfruttamento (dando per scontato che il passaparola sia negativo e che l’arrivo de Il Codice da Vinci e di X-Men 3 spinga il pubblico su altri titoli). Comunque sia, è difficile pensare ad un’altra trilogia più deludente di questa, considerando i nomi coinvolti. La speranza è che nei prossimi anni Cruise sia occupato a crescere sua figlia, piuttosto che a salvare il mondo…