Ethan Hunt dorme e sogna. Inizia così Mission: Impossible – Fallout, il migliore dei film mai usciti in questa saga, che era pure iniziata con De Palma, ma che ha trovato in Christopher McQuarrie il vero autore capace di dargli un senso ultimo (e forse è accaduto anche il contrario). Già l’ultimo capitolo aveva regalato un film di una complessità inedita per la serie, ma ora Fallout alza l’asticella a partire da uno stato leggermente confusionale di Ethan Hunt che scopriamo nel prologo, un sogno da cui si sveglia bruscamente perché occorre iniziare una missione. Ricapiterà nel corso del film. Ethan dorme nei viaggi e sogna. Dorme perché non ce la fa più.

Non lo dice mai ed è il non detto più forte del film. La stanchezza, il peso e la fatica. Tutto quello che pare non sentire Tom Cruise (un applauso speciale per lui e per come tiene duro a tutti i livelli, non solo fisici) e il regista che non solo scrive e inventa sequenze d’azione inedite, potenti e a getto continuo, ma ha una capacità che non si trova quasi mai di unirle in un unico flusso che non le faccia apparire come un espediente meccanico (che poi è quello che in realtà sono). La caccia al McGuffin stavolta si moltiplica. C’è del plutonio da recuperare, perché perso inizialmente per motivi che mettono ancora più in crisi Hunt, occorre allora trovare una persona, fingersi lui per trattare con dei mediatori (Vanessa Kirby, fenomenale, stralunata, eccitata, vogliosa) e poi prendere un criminale da scambiare (Solomon Lane, vecchia conoscenza), per prendere lui occorre spostarsi e poi di nuovo una talpa, poi forse arriva il plutonio. Sempre alla rincorsa di qualcosa in luoghi e modi assurdi per tutti i coinvolti.

Inutile elencare le grandi trovate d’azione in cui non c’è solo la gioia del movimento e la perfezione del mestiere ma anche la capacità visiva di creare immagini memorabili. L’inseguimento in elicottero con la prospettiva dell’inseguito, la corsa in macchina che sembra la prima della storia del cinema, l’uso di Parigi e della sua skyline. A un certo punto si troveranno in auto da soli Hunt e Lane in un inseguimento, l’eroe e il villain, in silenzio, quasi in imbarazzo. È una sospensione che caratterizza tutto questo film che quando non sta correndo sembra esistere in uno stato un po’ confusionario da privazione del sonno. Una confusione che fa il paio con quella tipica dell’intrigo spionistico (e qui non manca tutto l’apparato burocratico che si affaccia di tanto in tanto nel genere). Mentre ciò che accade è convenzionale per Mission: Impossible, musica e recitazione di Tom Cruise dicono che stavolta è diverso, parlano di uno stato non propriamente lucido. Là dove di solito nei film di spie è il pubblico quello confuso. Hunt sembra agire spesso a caso, in alcuni casi lo ammette pure.

È una parte piccola di un film con molti personaggi e molte interazioni, uno in cui ogni volta McQuarrie sembra concepire la scena d’azione della sua vita (un doppio confronto fisico nel bagno sta a uno standard asiatico di perfezione). In una addirittura chiede e ottiene anche uno score in stile La Battaglia Di Algeri. E tutto funziona. C’è così tanta fatica e così tanto peso che anche i languidi sguardi alle donne di Hunt suonano romantici davvero per un uomo così vessato dalla vita. Un romanticismo che non ha più nulla a che vedere con la conquista e tutto con un po’ d’elemosina sentimentale. C’è qualcuno pronto a dare qualcosa ad Hunt che non osa chiederlo?

Niente da dire, McQuarrie nasce sceneggiatore e la sua abilità è tale qui da convincere chiunque che scrivere non vuol dire solo scrivere dialoghi ma concepire scene e usarle per portare avanti il racconto. Tutto quel che conta in questo film avviene o viene detto durante una scena d’azione ed essendo di fatto costruito con una scena d’azione dopo l’altra (letteralmente) è paradossalmente un film in cui vengono dette tantissime cose su un eroe che, finito il film, è come raramente ne vengono raccontati.