Michel Franco si mette alla prova con la regia di un film distopico con New Order, film presentato in concorso alla 77 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e in cui si propone un approccio particolarmente duro e dal forte impatto emotivo al tema della rivoluzione alimentata dalle differenze economiche e sociali.

Dopo una breve introduzione all’insegna della morte, del caos, e della presenza di una pittura verde che in più occasioni contribuisce a ricreare accostata al rosso la bandiera nazionale, l’attenzione si sposta su un matrimonio celebrato tra due giovani appartenenti a importanti famiglie benestanti messicane. Gli invitati arrivano nella lussuosa casa della famiglia della sposa, Marianne (Naian González Norvind), mentre poco distante dall’abitazione sono in corso delle proteste. L’atmosfera gioiosa viene però interrotta dall’entrata in scena di Rolando (Eligio Meléndez), ex dipendente dei padroni di casa che ha bisogno di un prestito per far operare al cuore la moglie Elisa in una clinica privata, dopo che l’ospedale dove era ricoverata ha iniziato a occuparsi delle numerose vittime degli scontri tra rivoluzionari e forze dell’ordine. La madre di Marianne non dimostra grande empatia nei confronti dell’anziano, mentre la figlia prova per lui e la consorte un grande affetto e cerca in ogni modo di aiutarli, arrivando persino ad allontanarsi in macchina dalle celebrazioni per portare a domicilio, con l’aiuto della guardia di sicurezza Cristian (Fernando Cuautle) una carta di credito necessaria al pagamento delle spese mediche. Proprio mentre la giovane si allontana, nella residenza fa irruzione un gruppo di persone armate e pronte a uccidere e attaccare senza provare alcuna pietà, nemmeno di fronte a una donna incinta o a chi implora. La brutalità in corso all’interno delle mura si riflette anche lungo le strade dove le strade sono occupate e si stanno svolgendo molti scontri. In poche ore l’idilliaca giornata di gioia si trasforma in un vero e proprio incubo e Marianne, dopo aver pensato di essere al sicuro, cadrà in mano dei rivoluzionari che useranno i prigionieri per ottenere dei riscatti da parte delle famiglie più ricche, dimostrando però di non avere alcuna remora e nemmeno onore. Il “Nuovo ordine” che dà il titolo al film sembra quindi animato da ideali all’insegna dell’uguaglianza, ma si dimostra ancora più spietato e privo di compassione rispetto ai ricchi che avevano il potere prima del loro intervento.

Franco non sembra lasciare agli spettatori alcuna speranza con la sua rappresentazione di un mondo apparentemente incapace di trovare un modo per convivere senza esasperare le divisioni esistenti nei vari strati della società o dare spazio alla voglia di vendicarsi. Il regista decide così di non schierarsi a favore di uno dei gruppi coinvolti nel racconto, dando maggiormente spazio ai lati negativi dell’animo umano piuttosto che spiegare le motivazioni alla base di una tale rabbia. Le sequenze dell’invasione e delle torture, fisiche e psicologiche, subite dagli ostaggi dei ribelli sono disturbanti ed esplicite, ma senza scivolare nell’orrore gratuito, spesso dando spazio a morti avvenute distanti dallo sguardo degli spettatori.

Michel Franco tratteggia, quasi come un quadro (elemento visivo ricorrente e chiave per sostenere il messaggio al centro del film), il ritratto di una società divisa e in cui la violenza rappresenta apparentemente l’unico modo per provare a dare vita a un cambiamento che sembra necessario, ma che potrebbe non essere necessariamente in positivo. La visione del mondo proposto da New Order è infatti piuttosto cupa e realistica, sottolineando (in particolare nel terzo atto del racconto), che bene e male si mescolano in maniera indivisibile in ogni strato della società. Il ribaltamento del potere non appare così risolutivo per trovare una soluzione ai problemi del mondo e, al contrario, ottenere il controllo trasforma radicalmente gli intenti, scivolando in una gestione spietata e incredibilmente cinica della situazione. Il regista, non senza qualche difficoltà, trova un buon equilibrio tra gli elementi narrativi a sua disposizione e, con la scelta di seguire la figura di Marianne e della famiglia dei suoi dipendenti, gli unici ad agire apparentemente senza un tornaconto personale, riesce a entrare in connessione con i propri spettatori che assistono, impotenti all’evoluzione degli eventi e al crescendo di violenza.

Il montaggio, firmato in collaborazione con Óscar Figueroa , permette di dare ritmo al film e, inoltre, di non mostrare in modo eccessivo la violenza, pur non risparmiando momenti drammatici come uccisioni a sangue freddo senza motivo o torture su ostaggi le cui colpe sono prevalentemente legate all’appartenenza a una specifica classe sociale e, alle volte, totalmente estranei alle ingiustizie, essendosi semplicemente trovati al posto sbagliato nel momento peggiore.
Visivamente New Order possiede una grande forza espressiva e metaforica, giocando con i contrasti cromatici e degli spazi in cui si svolgono le varie fasi del racconto. La sceneggiatura perde un po’ di compattezza nella fase finale in cui si dà spazio alle contrattazioni per la liberazione dei prigionieri, tuttavia Franco riprende in mano le redini del progetto proprio negli ultimi minuti, proponendo un finale di grande impatto visivo ed emotivo che non lascia alcuno spazio alla speranza, enfatizzando l’impossibilità di avere un lieto fine, nella finzione e nella realtà, e che il destino non fa distinzioni di nessun tipo, nemmeno per quanto riguarda le persone animate da buone intenzioni.

Il lungometraggio ha inoltre il merito di assumere un carattere universale pur essendo radicato in modo esplicito e chiaro nel mondo messicano. Uno degli elementi più controversi, che difficilmente potrà essere ignorato specialmente in patria, è infatti la composizione del gruppo in rivolta e, di conseguenza, la scelta di mostrare delle minoranze oppresse compiere degli atti terribili e imperdonabili.

Il cast offre delle buone interpretazioni e, in particolare, Naian González Norvind sa gestire quanto vissuto da Marianne con bravura, mentre i ruoli secondari sono volutamente tratteggiati solo a grandi linee, rendendo in alcuni momenti complicato il lavoro degli interpreti che si ritrovano alle prese con scene basate su motivazioni non dette e su situazioni non spiegate, lasciando agli spettatori il compito di capire e ipotizzare cosa porti alcuni dei protagonisti a compiere delle scelte controverse.

Con New Order il regista messicano Michel Franco firma forse la sua opera più adatta a un grande pubblico che non avrà difficoltà nel riconoscere quanto mostrato sul grande schermo con la realtà che stiamo vivendo in questi anni all’insegna di importanti proteste e lotte per i diritti sociali.