Un uomo con occhi vispi da bambino e un grande borsone nero tenuto su una spalla cammina per strada con una pacata risolutezza. Poi arriva davanti a una grande casa bianca, suona il campanello e attende pazientemente. Attendiamo con lui. La porta improvvisamente si apre, e l’uomo sorride senza dire una parola. Viene trascinato dentro, ma lui si sveste con grande calma, e solo quando tutto nella casa si è calmato può finalmente aprire il suo borsone, rivelandone il contenuto: un lettino per massaggi.

È proprio con un gioco misterioso, enigmatico, fatto di attese e soprattutto di antinomie che i registi Malgorzata Szumowska e Michal Engler costruiscono il loro etereo e magnifico carillon, il loro tableaux umano, dove Zenia (Alec Utgoff) è il custode del segreto (della felicità, dell’autoconsapevolezza) e tutti quelli che con lui entrano in contatto, desiderosi di possedere la sua stessa conoscenza, sono i suoi fedeli adepti. Eppure Zenia è un semplice massaggiatore a domicilio, che ogni giorno si reca in un quartiere residenziale borghese, chiuso metaforicamente e insieme fisicamente (per accedervi bisogna superare una sbarra), per prestare i suoi preziosi servizi alle tristi persone che ci abitano.

Ma è proprio su questo principale contrasto che Szumowska e Engler innestano il paradosso, la poetica dello stupore, giocando con il pregiudizio (di quanta considerazione potrà godere un massaggiatore, tra l’altro straniero?), e insieme con la stessa grammatica filmica dell’attesa (ovvero del mostrare prima per rivelare in seguito). È l’antitesi tra aspettative e realtà, tra reale e immaginario e ovviamente tra materiale e spirituale a scandire ogni scena: con il massaggio, la cura corporea che tanto spesso si tende a sottovalutare, si può raggiungere la vera conoscenza di sé, il benessere spirituale. E infatti tutte le persone che Zenia tocca lo venerano come il messia, lo aspettano guardando fuori dalla finestra nell’attesa di una apparizione. Ma questo contrasto non basta, perché Szumowska e Engler ci dicono anche che questa conoscenza personale, raggiunta proprio attraverso il primato del materiale, ce la può donare solo il contatto con l’altro. E non un altro qualsiasi ma proprio qualcuno di alieno: un alieno come Zenia, ucraino in terra polacca, proletario in ambiente borghese.

Non cadrà più la neve è davvero potentissimo nel gioco metaforico, sempre alluso e mai diretto, ma è anche sublime nella costruzione proprio della scena, dello spazio tra i personaggi (vicini ma lontani, presenti ma assenti). Sapendo inoltre giocare con il registro comico, il film ha la furbizia di sapere spezzare il suo stesso gioco, permettendo di rilasciare la tensione per poi trovarci, concentrati, nei momenti di surreale serietà. E Alec Utgoff è un messia perfetto, dotato di una presenza ferma ma accogliente, dolce e insieme gentilmente severa.

La visione di Non cadrà più la neve è quindi come un lungo abbraccio e insieme un rito (religioso solo per chi lo vuole), un magnifico interludio. Raro e prezioso come “l’ultima neve che verrà”.