Per fare un film di Natale (o comunque il cinema delle feste) occorre convogliare insieme le caratteristiche chiave del cinema d’avventura per ragazzi, quelle della commedia dai toni infantili ma contenuti adulti e creare ogni volta più o meno da zero una mitologia che risulti moderna. Non è scritto da nessuna parte (nel dettaglio) come funzioni il lavoro di Babbo Natale, quindi ogni film lo reinventa, creando un proprio universo e propri equilibri. Qualcuno Salvi il Natale parte dalle videolettere, come vlog di YouTube, trovata che inizialmente pare puro modernismo e nel finale invece viene raccolta come strumento pienamente funzionale all’esplosione emotiva del racconto, e finisce con degli elfi che sembrano una versione meno meschina dei Minion di Cattivissimo Me. Su tutto regna Kurt Russell, un attore così pesante che è Babbo Natale a doversi adattare alle sue caratteristiche e non viceversa.

Perché Kurt Russell si faccia Babbo Natale (con ottimi risultati!) c’è bisogno quindi che il Natale diventi una questione da duri, uno sforzo che richieda una preparazione militare, un’esecuzione tempestiva, una certa scaltrezza e capacità sbruffona di risolvere problemi all’impronta.

L’intreccio è scatenato da due ragazzi che, nel tentativo di filmare la consegna dei regali, riescono a cogliere qualcosa e, rimanendo alzati tutta la notte, scoprono la slitta nel cielo mentre il proprietario passa di camino in camino. Saliti sopra causeranno un incredibile incidente che la metterà fuori uso, potenzialmente compromettendo la consegna di regali in mezzo Nord America. Appiedato, senza ammennicoli tecnologici, incapacitato a comunicare con il Polo Nord, Babbo Natale è finalmente pronto per un’avventura metropolitana tra sobborghi, carcere e fughe nella Notte di Natale.

Qualcuno Salvi il Natale per la sua mitologia sembra essersi ispirato alle canzoni sul Natale. Babbo Natale infatti ha qui il potere di sapere già se sei stato buono o cattivo e di conoscere i desideri di ognuno (ricordando anche i nomi di tutti). E proprio sul concetto di “desiderio” sta l’originalità del film. Invece di piegarsi alla solita idea di spirito natalizio come panacea e obiettivo finale, punta sulla questione commerciale della festa, cioè i regali, e la trasforma in una questione sentimentale. Quando dopo una prima parte più d’avventura e mistero, la seconda mette Babbo Natale alle prese con le persone, diventa una specie di carrellata di desideri di tutti i personaggi che incontra, quello che le persone volevano e non hanno mai avuto in bocca a qualcuno che sembra conoscere tutti intimamente.

Una scrittura particolarmente scanzonata fa il resto, centrando perfettamente il tono leggero che l’avventura deve avere per risultare digeribile (né troppo zuccherosa, né troppo pretenziosa). Così anche un intermezzo canterino con Little Stevie della E Street Band, troppo autoreferenziale e troppo lungo per avere davvero senso, diventa in fondo un peccato veniale nella grande impresa (riuscita) di trasformare Babbo Natale in un personaggio buono per Kurt Russell.