Rambo: Last Blood, la recensione del film di Adrian Grunberg con Sylvester Stallone

C’è un’idea di cinema grandissima, una sola, dentro Rambo: Last Blood, ed è quella che trasforma la residenza di John Rambo, ormai in pensione da qualsiasi cosa (ma non dal cinema), in un’allegoria della sua mente.

Un ranch vasto, quieto, al riparo da tutto, distante dal mondo, pura America tradizionale. Lì vive assieme a una vecchia domestica e alla nipote di quest’ultima in una grande casa tenuta benissimo. Dopo una giornata di lavoro con i cavalli, un rapido pasto e qualche battuta con l’anziana signora messicana, Rambo va a letto. Sotto terra. È l’idea che di tutta quella casa non usi niente ma, alla fine della giornata, vada a rintanarsi in una serie di cunicoli scavati sotto di essa, un ambiente scomodo che ha arredato male e spartanamente con cimeli di guerra, armi e ricordi. Ha creato un piccolo paradiso ma è come se sentisse di non meritarlo e preferisca il suo purgatorio in cui accucciarsi accanto alle memorie spiacevoli. Ha imparato a civilizzarsi per molti versi, ma quel buco nero nella sua testa non se n’è andato e ci fa i conti ogni notte, quando rimane da solo. Nonostante si sforzi di essere normale, nella sua intimità Rambo è ancora in una caverna.

La trama parte quando la nipote della donna di servizio, praticamente adottata da John Rambo come sua figlia, scopre con l’aiuto di un’amica che vive in Messico dove abita il padre che mollò lei e sua madre (in seguito deceduta). Riceve quindi un indirizzo e decide di andare a trovarlo. Tutti glielo sconsigliano perché troppo pericoloso, ma per mettere la trama del film in moto lei ci va ugualmente di nascosto da tutti. Le cose andranno male e qualcuno dovrà andare a ripescarla. Da qui, per fortuna, gli eventi non sono esattamente prevedibili specie perché il film ha un’ascesa in fatto di violenza, efferatezza e sangue che non appartiene alla saga di Rambo. Per la prima volta la consueta macchina di morte è messa in scena per far risaltare la spietatezza, la confidenza con la brutalità e la mancanza di pietà.

È un impianto molto promettente che poteva dar origine a un buon film se non fosse che viene regolarmente massacrato da una scrittura ingiustamente infame (di Matthew Cirulnick e stranamente dello stesso Sylvester Stallone, solitamente molto più sfumato nello scrivere). I cattivi cattivissimi professano a chiare lettere la propria cattiveria, ridono malvagiamente mentre esclamano “Non ci importa niente degli esseri umani!”, come in un cartone animato del pomeriggio di Italia Uno. Se è pur vero che la controparte senz’anima è un classico dei film di Rambo (come lo è il totale disequilibrio delle forze in campo), una volta privati del contesto della guerra fredda, dell’esigenza di affermare un principio politico o ideologico, rimangono solo involucri svuotati. I personaggi sono sagome a cui sparare o sacchi da prendere a pugni per sfogare una rabbia insanabile. E nemmeno questa è esplorata, levando molto del senso a Rambo: Last Blood, specie nel suo finale d’azione dove arriva a ricordare certi tutorial o allenamenti nei videogiochi. Le azioni sono le stesse ma non hanno l’afflato di una grande storia.

La ragione di tutto ciò sembra stare in un ragionamento piuttosto bieco. Nulla di quello che fa Rambo in questo film è giustificabile agli occhi del pubblico. Perché possa farlo e rimanere percepito come un protagonista positivo, la storia deve quindi eccedere nella preparazione all’azione così che si possa eccedere anche nella punizione. Grazie al più bieco dei precedenti, al più abietto dei crimini e alla più melodrammatica delle motivazioni, Rambo agli occhi del pubblico può avere tutte le ragioni sufficienti per esagerare con la violenza in un vengeance porn, fino a culminare in un momento in stile Indiana Jones e Il Tempio Maledetto inevitabilmente grottesco.

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