Ci sono due modi approcciarsi al sesto (e sicuramente ultimo) capitolo delle avventure di Rocky Balboa. Uno è quello più naturale: non se ne può più, sarà ridicolo, è troppo vecchio, insomma lo stesso atteggiamento che subisce il personaggio nel corso del film.
L’altro è di speranza e fiducia nel fatto che qualcuno che ha dato vita ad una saga così affascinante e popolare possa ancora dire qualcosa di interessante. Praticamente, mostrare effettivamente sullo schermo che l’ultima cosa ad invecchiare è il cuore.

Pur con tanti difetti e momenti poco efficaci, Rocky Balboa è un film da difendere a tutti i costi. Non si tratta, in realtà, di un parere su una semplice pellicola, ma proprio di un’idea di cinema sempre più desueta e che sta andando in pensione, grazie a burocrati che decidono i film da fare basandosi solo su dei numeri. Insomma, se l’idea di pellicola rivoluzionaria è uno 007 con una trama idiota, o una fiaba con personaggi e svolte di sceneggiatura scritte malissimo, allora io mi tengo il vecchio Rocky, banalità comprese.

La prima mezz’ora di film è quasi perfetta. Sylvester Stallone non ha mai diretto così bene. D’accordo, non è Scorsese o Michael Mann, ma gestisce benissimo il materiale narrativo a disposizione e quando deve scegliere lo stile di fotografia, guarda agli anni settanta, non a Mtv. Il personaggio è assolutamente efficace, soprattutto nel suo rapporto con gli altri, in cui non molla mai e fa valere il suo punto di vista. Peraltro, in un panorama cinematografico in cui tutti sono avvocati o manager di successo (anche quando non serve), è bello vedere messe in scena delle persone normali. Ma quello che sorprende veramente è l’attenzione all’avversario, mostrato in una scena magnifica con il suo vecchio allenatore. E’ proprio un’idea da anni settanta quella di mostrare il lato umano del ‘cattivo’ (o comunque dell’avversario), ed è una delle autentiche sorprese del film.

Quello che non funziona bene è l’interpretazione di Stallone. A tratti è decisamente troppo rigido, quasi come se fosse un’autoparodia. Peraltro, nel prosieguo del film, inizia a diventare un po’ troppo pedante, con alcuni monologhi decisamente retorici (anche se scritti discretamente). E’ un peccato che non si sia conservato lo stile asciutto dell’inizio, ma non è un difetto drammatico.
Anche perché (e questa è una delle chiavi del film) il pugilato diventa quasi una scusa per parlare di sentimenti e idee, piuttosto che uno spettacolo fine a se stesso. Tanto che anche la sequenza di allenamento è meno avvincente di altre occasioni, ma comunque mostra efficacemente il ritorno in forma (notevole) di Rocky.

E che dire del combattimento finale? Si ha l’impressione che manchi qualcosa e che certe visioni del passato siano poco efficaci, anche se è gestito bene (e con un’idea che rende credibile la durata dello scontro). Forse, proprio il fatto che il risultato abbia un’importanza relativa, rende il combattimento meno avvincente, ma è comunque difficile rimanere indifferenti alla fine.

Discorso a parte meritano i titoli di coda (non perdeteveli assolutamente). Non è soltanto un’idea divertente fine a se stessa, ma il miglior modo per mostrare l’importanza dell’eredità lasciata da questo personaggio su milioni di persone nel mondo.

Insomma, se preferite cavalieri adolescenti cicciobelli o agenti di borsa poco credibili, affari vostri. Ma non sottovalutate mai il cuore di un campione…