C'è una differenza più sottile di quel che si possa pensare tra topos e cliché. Senza necessariamente dover connotare il secondo termine come negativo, il punto di distacco tra le due cose è, nel caso del cinema, affidato quasi esclusivamente alla percezione personale. Ciò che per un pubblico smaliziato e cinico può essere un luogo comune trito e ritrito, appare magari come un sapiente uso degli elementi classici della costruzione drammatica.

Out of the Furnace, opera seconda di Scott Cooper dopo l'apprezzabile ed apprezzato Crazy Heart, in concorso all'ottava edizione del Festival di Roma, gioca a campana tra topos e cliché. La storia che racconta è già sentita o, se preferite, classica: due fratelli, Russ e Rodney, interpretati rispettivamente da Christian Bale e Casey Affleck. Il primo, mite e cristianamente altruista, è operaio in un'acciaieria; il secondo, militare in Iraq, tormentato dai fantasmi di un "mestiere" troppo duro per la sua indole fragile, alza qualche soldo con degli incontri di pugilato clandestini. E, al contempo, sfoga la rabbia per ciò che ha fatto e per ciò che gli è stato fatto. Quando si dice "unire l'utile al dilettevole". 
 
A Bale ed Affleck fanno compagnia un quasi irriconoscibile Woody Harrelson, Forest Whitaker, Zoe Saldana e Willem Dafoe, a costituire un mosaico di attori che è la vera, innegabile forza del film, laddove i dialoghi non mantengono sempre il rigore formale che la storia richiederebbe, scivolando di tanto in tanto in un lezioso sentimentalismo e in un superfluo didascalismo. 
 
Detto questo, Out of the Furnace è comunque un ottimo prodotto: la regia di Cooper, subentrato al progetto dopo un iniziale coinvolgimento dell'inglese Rupert Sanders, sostiene al meglio la storia e, benché essenzialmente al servizio delle star coinvolte e delle loro intense interpretazioni, regala anche qualche bella immagine da portarsi negli occhi una volta usciti dalla sala. 
 
La coppia Bale-Affleck funziona perfettamente, dando vita a due performance antitetiche ma ugualmente efficaci. L'attrito tra i due fratelli, il continuo ossimoro che costruiscono scena dopo scena è il motore inarrestabile di questa storia, un andirivieni dentro e fuori la fornace che non è certo solo quella della fabbrica, rifugio per Russ e inferno prefigurato da cui fuggire per Rodney. Perché la fornace che Cooper ci racconta è quella dei peccati che abbiamo commesso e che ancora dobbiamo commettere per ottenere il lasciapassare per la redenzione. E questo bisogno quasi fisiologico di vendetta e di rivalsa, cliché o no, Cooper e la sua squadra di fuoriclasse l'hanno saputo raccontare alla grande.