Diciamo che quando Drew Goddard fa un film… non è mai un film qualsiasi. A sei anni da Quella Casa Nel Bosco (2012), sceneggiato con Joss Whedon, Goddard torna a occuparsi di stanze segrete, cast largo e regole del racconto senza voler esibire platealmente i meccanismi come in quel brillante metahorror che cominciava slasher e finiva Lovecraft. In questo caso possiamo dire che il film comincia l’ultimo Tarantino (The Hateful Eight) e finisce come un primo Tarantino nel senso che ci sono tanti personaggi (7 e non 8) che convergono tutti in uno stesso luogo (l’albergo El Royale e non l’emporio di Minnie) in un contesto storico passato (1959 e non qualche anno dopo il 1865) con obiettivi diversi. Alcuni loschi, alcuni no.

Sono hateful questi sette personaggi? A voi la decisione. C’è un prete, una cantante, due sorelle litigiose, un agente Fbi, il concierge e qualcuno di molto minaccioso che li raggiungerà nella seconda parte. Ognuno di loro ha un passato che vedremo partire in interessanti flashback incastrati dentro la narrazione del presente (ecco perché può ricordare molto Tarantino e il padre del film non lineare ovvero Rapina A Mano Armata di Stanley Kubrick, tirato in ballo anch’esso). Goddard è un affettuoso regista citazionista che però ama inserire dei commenti sociali nei suoi film. Il più buffo in Quella Casa Nel Bosco era la differenza filosofica in chiave di racconto horror tra la tradizione nordamericana e, ad esempio, quella giapponese. Qui, proprio come nel Tarantino di The Hateful Eight, si riflette spesso sulla posizione degli afroamericani all’interno della società Usa dell’epoca (i più ferrati sull’argomento coglieranno un riferimento esplicito a una figura enorme del movimento black) e su giovani bianchi traviati da culti mansoniani (argomento che sta salendo di quota vedi proprio il prossimo Tarantino di Once Upon A Time In Hollywood).

Quella Casa Nel Bosco durava 95 minuti come tanti slasher movie che omaggiava. Questo 141′ e non possiamo anche in questo caso non metterlo in relazione con Pulp Fiction (144′) o ancora The Hateful Eight (187′).

Attori? Formidabile Cynthia Erivo (la cantante; sostituì l’inizialmente desiderata Beyoncé), futile Jon Hamm (agente Fbi), solido Jeff Bridges (il prete), sciapa Dakota Johnson a differenza della pepata Cailee Spaeny (le sorelle litigarelle), vibrante Lewis Pullman (il concierge), notevolissimo Chris Hemsworth (l’ospite inatteso) di cui continuiamo ad ammirare l’autoironia e capacità di giocare con il suo corpo da semidio cinematografico.

Chiudiamo su scenografie molto ampie che la camera di Goddard non si vergogna di inquadrare (non amate la chiusura sui primi piani e la mancanza di totali in interni? Questo è il film che fa per voi) e un gusto per la dilatazione del ritmo interno della scena che, per l’ennesima volta, non può non ricordare Quentin Tarantino.

È un film epocale? No. È una più che sufficiente variazione sul tema tarantiniano? Sì.

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