È raro poter dire di un film che lo stile scelto per raccontare una certa storia è probabilmente il peggiore possibile, capita con La Diseducazione di Cameron Post, storia di una ragazza degli anni ‘90 che viene spedita dai genitori in un centro di “riabilitazione” dall’omosessualità. È un’adolescente che al ballo della scuola viene beccata in auto con un’amica a baciarsi e subito viene mandata in una sorta di scuola privata isolata in cui, assieme ad altri come lei, è “riprogrammata” goffamente tramite pratiche mai violente ma sottilmente invasive.

Lo stile è quello del cinema indie americano, lo stile Sundance, con la sua patina dolceamara e il suo posizionamento sempre correttissimo, dalla parte indiscutibile della barricata, sempre inattaccabile, sempre garbato, sempre carino, buono per ogni salotto, mai disturbante. Ed è questo che non va.

Raccontare così una storia di pulsioni soffocate, di individualità tarpata e di sessualità repressa è non solo inefficace, ma fastidioso. Su tutto il film è posato un velo dolceamaro che è l’esatto opposto del piacere, quel piacere che dovrebbe cercare la protagonista e che le dovrebbe essere impedito. Così innocuo, timoroso e ingentilito è questo film che la sensualità è bandita anche quando essa è il tema. Non è solo una questione di centimetri di pelle esposti (per quanto sia ridicolo il fatto che i protagonisti siano sempre vestitissimi, pure quando furiosamente si uniscono di nascosto, pure nei sogni erotici in cui la protagonista sfoga quel che nella realtà viene represso), ma è semmai una questione di uso dello sguardo, di uso del corpo per generare o tradire piacere carnale.

Il cinema più censurato di sempre, quello statunitense tra gli anni ‘30 e ‘70, poteva suggerire un decimo e riusciva a essere il triplo più devastante ed eccitante.

La Diseducazione di Cameron Post sfiora la sessuofobia tanto è lontano da quella dimensione anche quando ne parla esplicitamente. Anche l’unica scena di sesso è di una frigidità insostenibile per una storia che invece dovrebbe avere al centro il soffocamento di un istinto irrefrenabile. Insostenibile perché poi il film ha l’arroganza di stare dalla parte di quello stesso desiderio che non vuole mai mostrare e di cui ha un sacro terrore.

Ovviamente è un film pieno d’ironia questo, in cui l’indignazione è appaiata a un tono leggero e che cerca sempre di piacere a tutti con i suoi protagonisti che cantano tutti insieme What’s Up? delle Four Non Blondes. Ma non è quella bastarda di Landis o quella scorretta di McKay, è un’ironia da sorrisetto impensabile in questa storia.

È evidente che Desiree Akhavan vorrebbe farne una questione più di testa che di corpo, una di lavaggio del cervello, ma nemmeno lì sentiamo una pressione insostenibile. Il selvaggio caotico e irrefrenabile desiderio adolescenziale diventa una tendenza espressa solo a parole. Ma a cosa serve questa lezione da educande su che violenza sia reprimere la sessualità?