Roubaix, una luce nell’ombra, la recensione

Già la notizia che Arnaud Desplechin si sia dedicato ad un poliziesco dovrebbe riempire qualsiasi cuore cinefilo di gioia. Perché la capacità fuori dal comune che questo regista ha di scavare, rallentare i tempi senza aumentare la noia e creare personaggi capaci di sviluppare un’empatia pazzesca è materia incendiaria quando associata a trame criminali. Tutta la storia viene da un documentario su un fattaccio di cronaca avvenuto a Roubaix, comune francese in provincia di Lille, ad un passo dal confine con il Belgio. Desplechin vede il documentario e capisce il potenziale per una storia da riraccontare da capo ma con tutte le concessioni della finzione e soprattutto con gli attori.

È infatti quest’ultima componente quella determinante. Roschdy Zem, faccia da polar rovinata e affascinante, durissima e attraente, e Lea Seydoux, bellezza fuori canone resa gonfia e bolsa, ma soprattutto Sara Forestier, meno nota di questi due (ma stava già nell’incredibile cast di La schivata nel 2003) e tutta occhi grondanti paura, delusione, amore.
L’idea di Desplechin è di partire dalla città, un posto pieno di piccolo crimine, di immigrati non integrati e di nero che più nero non si può. Poi di affondare sui personaggi a partire dal commissario di Zem, un uomo silenzioso, descritto come duro ma in realtà morbidissimo con gli accusati, rinfrescato dalla classica passione per gli animali da noir (ha la fissa dei cavalli e subito si pensa al finale di Giungla d’asfalto). Poi tocca agli altri poliziotti, la comunità delle legge, e finalmente, quando siamo conquistati dalla sola atmosfera anche se sembra non essere chiaro di cosa parli davvero il film, arriva il cuore dell’indagine.

Roubaix, una luce nell’ombra, allarga a dismisura la sua terza parte. L’interrogatorio e ricostruzione del crimine che in altri film sarebbe durato qualche minuto, diventa il cuore del film. Lo sforzo incredibile per tirare fuori la verità dalle due imputate diventa il momento in cui non solo andiamo terribilmente a fondo nel cuore nero del piano criminale, ma soprattutto un momento di scrittura stellare, nel quale il tentativo di capire chi abbia fatto cosa in quel fattaccio diventa un’altra storia ancora. L’interrogatorio sembra il protagonista e invece è lo strumento per far passare tantissimo di altro che emerge da quelle interazioni. È la storia tra le due colpevoli, amanti sbilanciate, una più dominante dell’altra e l’altra soggetta, innamorata, passiva che pare subire tutto sotto lo sguardo del commissario impotente. Una volta tanto si può dire che un film così non l’avevamo mai visto, Desplechin navigando acque incontaminate crea un film eccezionale.

Il risultato è che questa storia di un omicidio ordinario di provincia con nessuna delle implicazioni più clamorose e complesse tipiche dei film polizieschi, qui è guardata così da vicino con una tale insistenza sul lento crollo di un colpevole e sulla maniera in cui due persone si condizionano, sì influenzano e poi si tradiscono che Roubaix, una luce nell’ombra travolge di informazioni lo spettatore nel suo lungo finale.
Ma non bisogna cedere all’impressione che questo sia solo un film di parola (che pure è fondamentale, nei registri, nella calma, nei termini). L’impressione di incredibile e umana complessità viene soprattutto dal complesso di sguardi, sensazioni, parti in gioco e schieramenti dei poliziotti, così intrecciato e complesso che bisognerebbe rivedere il film due volte per capire tutto.
Di certo dalla prima visione si esce esaltati, finalmente qualcuno ha preso il poliziesco classico e senza levargli tutto quello che amiamo ci ha aggiunto sopra un altro film, umanissimo, dotato di un desiderio di comprendere e rappresentare la complessità sentimentale delle persone, così evidente da essere ineludibile, una profondità di sguardo che viene dalle armi del cinema e ha l’obiettivo di indagare l’umanità dietro i caratteri.

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