Che nella prima parte di questo documentario su Salvatore Ferragamo si vedano più immagini di film che di scarpe, che siano intervistati più critici e storici del cinema che parenti o esperti di moda, è l’indizio più evidente di cosa abbia visto Luca Guadagnino in questa figura. Ferragamo nella primissima parte della sua vita professionale incrocia Hollywood e cresce assieme all’industria, ma questo momento cruciale (per il cinema e per lui) nel documentario è espanso, occupa quasi metà del minutaggio e di certo la totalità dell’eccitazione che traspare. Quando passeremo ad altro, agli anni lontani da Hollywood, tutto tornerà sui binari più consueti della cronaca e dei sentimenti di chi racconta, non più su quelli dell’eccitazione di chi narra.

Ad ogni modo in quella prima parte Luca Guadagnino e Walter Fasano (il suo montatore fin dal primo film e di fatto co-autore, specie nei lavori di montaggio come questo) gettano una base e una luce che illumina tutto il documentario. Ovviamente Ferragamo è raccontato prima nell’eccezionalità del suo background (a 8 anni va a Napoli ad imparare a far scarpe, a 12 anni viaggia per lavoro fino in America e non ne condivide sistemi e tecniche) e poi nella mitologia italiana del grande artista, artigiano e ingegnere (uguale considerazione è data alla bellezza delle sue opere e all’ingegnosità dei suoi brevetti e delle sue invenzioni). Tuttavia è il parallelo con la nascente industria del cinema e l’uso fantastico della colonna sonora a influenzare tutto il film.

Salvatore – The Shoemaker of Dreams è la storia di un designer ma dà continuamente spallate al saggio sul cinema e sul divismo.

Ovviamente Ferragamo è una parte dell’industria del cinema, co-autore non tanto dei film per i quali disegna e realizza calzature (sarebbe troppo) ma di certo della costruzione del divismo. Nonostante sia menzionato un caso in cui la scarpa ha fatto il film (il brutale Sadie Thompson di Raoul Walsh del 1928), quelle calzature che conquistano l’America sono l’arma ai piedi dei divi. Anche l’attacco del documentario con la costruzione di una scarpa di brillanti rossa che sembra quella di Il mago di Oz, mette subito in evidenza come, tra gli indumenti, la scarpa sia da sempre considerata un oggetto potenzialmente magico. Le storie e i miti tradizionali hanno raramente copricapi magici quasi mai guanti magici, di certo non pantaloni magici, ma scarpe che consentono a chi le indossa di fare qualcosa o accedere ad altri livelli di consapevolezza sì.

A partire da questo abbinamento (in sé un’idea di montaggio, affiancare immagini per affiancare concetti e creare nuove idee nella testa di chi guarda) Salvatore – The Shoemaker of Dreams riesce a mantenere vivo l’interesse anche nella sua più convenzionale seconda parte, continuando il lavoro su una colonna sonora evocativa. Come già era accennato in un altro documentario di Guadagnino e Fasano, Bertolucci on Bertolucci, la musica irrompe in antifrasi con lo svolgimento, come effetti sonori da Sergio Leone che sottolineano piccoli passaggi. Non è l’armonia delle musiche di Chiamami con il tuo nome, ma l’evocazione dell’attrazione che si sente già in Io sono l’amore. È l’opposto delle musiche che solitamente punteggiano i documentari, non un accompagnamento o un riempimento ma un’invasione che vuole cambiare il senso del racconto e strapparlo alla cronaca per portarlo nel mondo, di nuovo, del mito.