È evidente che Sembra Mio Figlio ha al suo cuore una storia appassionante. È evidente tanto quanto lo è il fatto che questa sia messa in scena per non essere tale.
Costanza Quatriglio torna al cinema di finzione dopo diversi documentari con una rinnovata potenza “reale” del suo cinema di fantasia (ma fino ad un certo punto, in questo caso), un’aria che non fa bene al film. Interpretata, messa in scena, girata e poi anche montata con un rispetto incredibile e giustificato per le vicende dei protagonisti, le loro provenienze e la loro dignità, questa storia in cui un figlio torna nella terra da cui era scappato perché forse, dopo decenni, può ricongiungersi con la madre perduta, è così controllata da mancare costantemente l’appuntamento con la partecipazione. Almeno fino al suo finale.

Sembra Mio Figlio è prima di tutto un film di parole, parlatissimo, in cui molti eventi e molte parti della storia sono rievocate tramite i dialoghi e i racconti dei personaggi. E anche la complicata psicologia del fratello del protagonista è raccontata a parole. Un film che rimane sempre stretto sui volti e il cui sfondo percepiamo con difficoltà, quel che conta infatti è il mood che dà alla scena. Non che periferia è, ma il fatto che sia una periferia urbana dai colori grigi e dall’edilizia stanca, non le campagne ma i colori ocra e via dicendo, fondali sfocati di una vicenda umana sia particolare sia universale. Un film di scelte molto complicate che spesso pagano (la prima telefonata con la madre è molto bella) ma il più delle volte no.

Infine la scelta di avere due attori (il protagonista e l’enigmatico fratello) che recitano in sottrazione, con volti di pietra, mette un altro chiodo nella bara del coinvolgimento. Stiamo per assistere ad un viaggio disperato di due persone verso un luogo di morte da cui sono scappati, un viaggio finalizzato dall’andare a ritrovare una madre, in mano a non si sa chi, solo sperando sia viva, eppure non c’è la tensione della ricerca o l’empatia della speranza.

Tutta la rarefazione cui giunge Sembra Mio Figlio riesce ad asciugare anche la storia tra il protagonista e una ragazza conosciuta, sviluppata benissimo con piccoli sguardi e sorrisi anche grazie a Tihana Lazovich (qui marginale sebbene attrice bravissima), ma funziona anche come un limitatore delle potenzialità del film invece che come un propellente. Costanza Quatriglio non trova mai quello strano equilibrio proprio di molto cinema d’autore tra una messa in scena naturalista, che sembra chiamare il distacco, e invece una patecipazione senza se e senza ma ad ogni evento, totalmente al fianco dei personaggi.
E quando nel finale un’ultima scena bellissima trova finalmente la chiave migliore che potrebbe lanciarlo, il film finisce.