L’immutabilità di certi meccanismi del cinema adolescenziale ha un nome e cognome: Enrico Vanzina.
Sotto il sole di Riccione non ha niente di nuovo nella scrittura, assolutamente nulla di moderno, eppure non suona antico. Suona classico. Enrico Vanzina scrive come fa da 40 anni e lo fa variando qualche nome, autocitandosi ogni tanto e ficcando (come sempre) termini, situazioni, riferimenti e fatti del presente. Il desiderio pazzesco di essere instant che molto spesso caratterizza le sue sceneggiature è quel che le rende incredibilmente nostalgiche già da domani. La nostalgia del presente, il fatto che citandolo, mettendo in piazza nomi e brand transitori per loro natura (come i nomi dei calciatori e delle tecnologie del momento o dei politici in carica), si crei una sensazione di documento per i posteri.

È tutto un livello di lettura strano e lontano da quello immediato cui mira Sotto il sole di Riccione, operazione a cui va dato l’indubbio merito di non nascondersi mai. Film d’estate con adolescenti, canzoni incluse (già nel titolo), un concerto e tante storie d’amore direttamente in spiaggia. La fatica incredibile che fa Summertime (che è una serie italiana ma ha in comune con questo film la presenza su Netflix) a lavorare su un’ambientazione estiva cercando di svicolare gli stereotipi estivi, Sotto il sole di Riccione non ha proprio intenzione di iniziarla nemmeno. Il film è lo stereotipo estivo, a quello ambisce più di ogni altra cosa, quello cerca e in quell’arena vuole giocare.

Non ci vuole quindi molto per non farselo andare a genio. Nel momento in cui tante serie cercano di portare avanti il racconto adolescenziale (SKAM Italia in testa), questo film prende alcuni dei loro attori e li riporta al classico, sfrutta i genitori, dà un colpo al Sud e uno al Nord, racconta i ragazzi di città e i provinciali con le dovute differenze, tanto quanto i figli della classe alto borghese e quelli che non lo sono (anche quando non ne parla Enrico Vanzina scrive sempre film di classe sulle classi).
È facile insomma rifiutare Sotto il sole di Riccione e forse con più di una ragione. Per esempio il poco sforzo di YouNuts! (pseudonimo dei due registi Niccolò Celaia e Antonio Usbergo) di dargli una veste che non sia solo di poco migliore della sciatteria dell’ultimo Carlo Vanzina.

Tuttavia questo filmetto di rapidissimo consumo, pieno di sentimenti alla buona, semplicissimi e molto elementari nei loro rapporti di causa effetto, irreale e sognatore in qualsiasi dinamica, pieno di mille piccole implausibilità che una volta non interessavano a nessuno e oggi stonano, aggredito da un buonismo onnipresente, nonostante sembri non voler fare niente per avere anche solo una piccola patina di sofisticata complessità, ha delle qualità di scorrevolezza, di mestiere e di fluidità che è da ciechi non notare.