Soul, la recensione

I temi Pixar ci sono tutti. La maniera di trasfigurare il simbolico e spirituale in tecnologico anche. C’è pure quella capacità fuori dai canoni di lavorare sulla tenerezza e sull’umanità.

Eppure qualcosa in Soul non torna.

Come se fosse la miglior imitazione possibile di un film Pixar, una che si avvicina tantissimo ai suoi modelli eppure non è a quel livello pazzesco.

Diretto e scritto da Pete Docter e Kemp Powers (sceneggiatore non proveniente dall’animazione, già autore di One Night In Miami) con l’aiuto in fase di scrittura di uno storico collaboratore ma qui per la prima volta sceneggiatore Mike Jones, Soul è il complemento di Inside Out. Non una bambina ma un adulto; non un viaggio all’interno della mente, tra i sentimenti, ma uno al di fuori del corpo, nel mondo dell’anima; non una metafora di come funzioniamo ma una di cosa vogliamo fare di noi stessi. Uno stesso obiettivo: raccontare come diventiamo chi siamo.
Joe è un musicista con poco successo ma ha un’occasione di cambiare la propria vita con una serata importante, solo che muore poche ore prima in un incidente. La sua anima non ci sta e fa di tutto per tornare nel corpo e fare quella serata così da realizzare le sue aspirazioni. Dovrà essere il mentore all’anima di un bambino che deve ancora nascere ma è riluttante a farlo. Tutto tra le regole dell’al di là e i piaceri dell’al di qua per trovare il senso del vivere.

Obiettivi allucinanti, come per Inside Out, in un film più che buono, estremamente godibile, divertente e sensibile. La Pixar sembra incapace di fare un brutto film anche quando non tutto le riesce.
Inside Out era eccezionalmente complesso in profondità ma la maestria stava in quanto fosse semplice in superficie. Una storia lineare di sentimenti che si perdono e devono tornare (capendo qualcosa nel viaggio) era lo specchio di una ragazza a disagio dominata da paura, disgusto e rabbia. Qui invece il gioco tra anima e corpo non è così semplice, la trama fa continui avanti e indietro tra mondi. Si ferma e riparte più volte, nega quel che aveva prima affermato e costruisce la classica mitologia Pixar (il mondo alternativo che funziona come il nostro) senza la consueta precisione.

Anche il leit-motiv della gran parte dei film Pixar (perdersi in un posto terribile, senza apparenti speranze di ritorno) è messo subito in campo con Joe perso nell’al di là quando ha una serata da fare, ed è meno efficace del solito. E la sensazione è sempre che ambizioni così giganti e aspirazioni così clamorose come cercare di dire qualcosa sul rapporto tra una passione e una vita, o sul carattere e ciò che ci spinge ad andare avanti, a vivere, necessariamente richiedano un’essenzialità maggiore. Solo così si evita di finire in un gran pastone in cui vale tutto e ogni creazione è un tassello in più non sempre chiaro ma si crea invece una parabola attraverso mondi appena inventati che sembrano esistere da sempre.

In Soul ci sono le risate, c’è la tenerezza, un po’ di tensione e anche della musica eccezionale, non lo si può in tutta onestà criticare. Tuttavia manca lo spazio per lo spettatore. Inside Out a pari complessità e ambizioni era talmente semplice nello storytelling ed essenziale nelle premesse da lasciare un grandissimo spazio ad ognuno per inserire se stessi, le proprie esperienze e il proprio mondo interiore, nella testa di una bambina. Soul invece nella sua smania di dire tutto, lascia poco spazio. Guardiamo sempre la storia divertente e appassionante di Joe ma non siamo mai Joe. E pure l’al di là pieno di anime e trovate di character design dalle ispirazioni nobili (La Linea di Cavandoli è la più ovvia, il Finder del Mac la più assurda) dopo un po’ riesce a stufare.