Diretto da Abel Ferrara e prodotto da Saint Laurent come parte del progetto SELF (inteso come una sorta di commentario personale sulla società attraverso lo sguardo di alcuni artisti), Sportin’ Life è in effetti un documentario che ha le sembianze di un diario personale, di un memoir audiovisivo.

Alternando le immagini degli accadimenti più importanti e mediatizzati del 2020 – ovvero il coronavirus e il movimento #BlackLivesMatter – a stralci di vita personale, Abel Ferrara vaga a piede libero nella sua personale libreria visiva, nel suo 2020. Ci strattona in modo incontrollato tra riprese fatte col cellulare della sua quarantena romana, video di corsie di ospedale durante la pandemia, città vuote, discorsi di Donald Trump, Papa Francesco, alcune sue esibizioni musicali, scene di Il cattivo tenente, Pasolini, The Addiction, red carpet della Berlinale 2020 di Siberia (il suo ultimo film) e tanti spezzoni di doppie interviste recenti che ha rilasciato assieme al suo attore feticcio e grande amico Willem Dafoe.

La sensazione è in gran parte quella dell’overload (neanche del capogiro), della pura casualità delle immagini. Perché da una parte siamo appunto nel retroscena privato, anzi proprio fisicamente nel dietro le quinte della sua vita: nelle scene delle interviste non si vedono infatti solo Ferrara e Dafoe ma anche i giornalisti presenti, con tutta la troupe che gli sta addosso o gli chiede un selfie. Dall’altra si vira improvvisamente sull’universale, sul messaggio di pace e fratellanza alternato alle immagini struggenti degli effetti del covid o alle proteste di strada in nome di George Floyd. E non si riesce davvero a capire quale sia il nesso, se non Abel Ferrara stesso, presente come corpo fisico o come punto prospettico.

La sensazione allora veramente prevalente – che forse, dato il personaggio, è probabilmente voluta – è quella che Ferrara non abbia proprio imposto alcun controllo preventivo sull’organizzazione del progetto. Il punto si fa qui critico, perché questa è proprio la sua filosofia: quella del “fuck off”, del chissenefrega, della libertà e dell’improvvisazione. E bene lo dimostrano quelle interviste, in cui il regista si misura con i critici e con i giornalisti. La scena più bella e rivelatrice di Sportin’ Life è allora quella in cui Dafoe legge ad alta voce una recensione del Guardian su Siberia, in cui il critico ammette di essere scappato dalla sala per noia saltando “la scena del pesce parlante”: ed ecco che Ferrara ce la butta lì, subito dopo, come a fargli il dito medio. Ora te la guardi.

Non si può quindi dire che Sportin’ Life sia riuscito o meno, perché non c’è alcuna trama da concludere, alcun postulato da dimostrare: pare quasi impossibile essere severi. Ma al tempo stesso l’accumulo, sulla lunga, risulta ripetitivo per chi non ha alcuna empatia per il regista stesso. Ma a Ferrara questo sicuramente non importa.