Bowie prima di essere Bowie, o meglio Bowie quando era già un altro ma ancora un terrestre. Aveva già cambiato nome, è la prima scena del film quella in cui si presenta come Bowie mentre il documento dice Jones, ma non era ancora l’alieno Ziggy Stardust. Bowie nella sua prima disastrosa, minuscola e amatoriale tournée americana con tre album sulle spalle, un successo (Space Oddity) e una valanga di insuccessi, flop, singoli che non vendono e un’immagine che non funziona.

È il 1970 e David Bowie vuole sfondare in America, si percepisce come l’anello di congiunzione tra Elvis e Bob Dylan ma non capisce che in quella categoria è pieno di altri musicisti e che, così com’è, è solo uno dei mille figli dei fiori britannici sessualmente ambigui che saturano il mercato. In più tutti gli rinfacciano di non essere Marc Bolan. Il suo problema non sono mai le canzoni, le canzoni proprio non sono nel film e nessuno parla di musica. Il problema è l’immagine, la sua mancata realizzazione è una questione di commercio. Il David Bowie del 1970 non è vendibile. La musica equivale al successo, e il successo passa per un’immagine nuova.

È un’idea che ribalta la solita retorica dell’arte che viene prima del commercio e centra lo snodo della figura di David Bowie. Sarebbe stato bello se Stardust fosse stato così!

Invece questo biopic sconclusionato, confuso e ossessionato dalla malattia mentale del fratello di David Bowie, usa quella chiave per leggere tutto e non punta mai su questo discorso sull’immagine e il commercio, che pure accenna in più punti. Tiene molto di più ai suoi flashback, alle sue visioni continue (e spesso ripetitive), all’idea di una malattia mentale che scorre in famiglia, alla paura di essere matto e quindi alla schizofrenia della seconda identità. Tutto suona molto molto forzato, poco amalgamato nel racconto e una continua deviazione dalla storia principale, quella del tour fallimentare.

Il tour non ingrana e nemmeno il film, che per quasi tutta la sua durata ripete le medesime situazioni (serate andate male, interviste fallimentari, litigata, serata andata male, intervista fallimentare, litigata…), rimanendo bloccato troppo a lungo perché sia tollerabile. Specie senza una scrittura scorrevole e piacevole che non si bei della grandezza dei personaggi coinvolti ma li sappia trattare. Che non cerchi aritmeticamente di trovare nel passato tutte ma proprio tutte le radici del futuro, le spiegazioni e le origini di quel che sappiamo accadrà.

Stardust è infatti uno di quei film in cui i personaggi famosi si chiamano a vicenda con nome e cognome, per spiegare al pubblico chi sono (“Hey guarda, c’è Marc Bolan dei T.Rex!”, “David ricorda sempre che sono il tuo manager Tony!”), uno che vorrebbe raccontare di un periodo cruciale mettendoci dentro suggestioni di quello che verrà, un milione di piccoli indizi, parole, momenti, melodie e nomi che poi saranno fondamentali nella svolta ma, di nuovo, ci fa molto poco.
Quando arriverà Ziggy Stardust non lo farà con l’impressione che sia la summa di una parte di vita ma che sia una gran buona idea. Che era la stessa cosa che pensavamo prima. E di certo l’interpretazione piatta di Johnny Flynn non aiuta.

A scanso di equivoci va precisato che l’assenza totale della musica di Bowie non doveva essere per forza un punto negativo, poteva tranquillamente avere un senso. Ci si poteva lavorare attorno, ma Stardust ci va troppo vicino senza dartele per non farne sentire la mancanza. E soprattutto, a questo punto che bisogno c’era di mettere Johnny Flynn a cantare altre canzoni?