Per la prima volta, un film scritto da Charlie Kaufman usa quel senso strano e scomodo che la sua scrittura sa suscitare non tanto per creare commedia, ma per mettere paura. È una paura diversa da quella dei film horror, non è paura di quel che possa accadere ma paura di quel che si può finire per provare. Sto pensando di finirla qui non è mai violento (a meno che non consideriate violento farsi uscire fazzoletti rossi come simbolo di sanguinamento) nonostante all’inizio si trovino echi dell’inquietudine di Scappa – Get Out quando dopo 30 minuti passati in macchina a discutere, approfondire e chiarire chi è la coppia protagonista, cosa pensano e cosa stia accadendo, i due arrivano casa di lui dove per la prima volta lei conoscerà i suoi genitori. Lei non è proprio entusiasta: come dice il titolo, vorrebbe in realtà chiudere questa storia.

Lì in casa c’è una misteriosa porta dello scantinato piena di graffi, ci sono dei genitori preoccupanti e un cane la cui esistenza pareva una chiara bugia e che invece poi si materializza. Tutto fa pensare a una trama di tensione e paura, ma lo scantinato sarà per questo film quel che la scatolina blu è per Mulholland Drive, il punto in cui il film si ribalta definitivamente e inizia un altro viaggio, più denso. Un viaggio in un film dalle ambizioni eccezionali e dalla natura complessa e appagante.

Non è per tutti Sto pensando di finirla qui, come non lo può essere David Lynch, ma fa appello a sensazioni più comuni e diffuse di quelle di Lynch. E di certo è qualcosa di eccezionale, impossibile da produrre con questi standard e questi attori, oggi, da nessuno che non sia Netflix.

Nonostante gli ambienti prendano il riflettore Kaufman lavora tantissimo sugli attori. Toni Collette e David Thewlis sono i più evidentemente caricati ma più il film avanza più capiamo che la prestazione pazzesca è quella di Jesse Plemons (se solo si potessero acquistare le azioni degli attori ci sarebbe stato da svenarsi su di lui dopo Game Night) e accanto a lui quella di Jessie Buckley, la vera rivelazione. Perchè se di Plemons sappiamo quanto sia bravo e parco, grandissimo nel fare poco per dire tanto, lei porta con sé una bellezza e una capacità attrattiva fuori dai canoni usuali che è funzionale a ciò che deve rappresentare, un’attrazione costruita da espressioni decisive e non dai semplici tratti somatici che possiede. Terribile pensare che si è rischiato che al suo posto ci fosse Brie Larson.

Sto pensando di finirla qui

Stiamo con Jessie Buckley a lungo e la maniera in cui è scossa ma non spaventata consente al film di non essere mai un horror sovrannaturale e rimanere un’indagine umana. È la sua voce fuoricampo a introdurci e occasionalmente a guidarci. Come spesso avviene nelle sceneggiature di Kaufman anche qui la voce fuori campo è uno strumento decisivo (Il ladro di orchidee ci giocava e finiva anche per ammetterlo), perché i suoi film fanno riferimento al mondo di quelle persone sole anche quando si trovano in una folla. Un riferimento così forte che pure i protagonisti che incarnano quelle tipologie umane sono talmente soli da avere se stessi come unici veri compagni di film, cioè solo la propria voce.

Sarebbe inutile, oltre che molto complicato dire di più di quel che avviene, il viaggio non è lineare sebbene ci siano diversi indizi sulla natura stralunata di quel che vediamo. Nelle lunghe conversazioni tra i due protagonisti, divagazioni e speculazioni filosofiche, ci sono infatti riferimenti che poi troviamo nella stanza di Jake (il più clamoroso è un pezzo di una recensione di Una moglie di Cassavetes di Pauline Kael che viene quasi recitata in un dialogo solo poco dopo che abbiamo visto un libro di recensioni di Pauline Kael nella stanza). Chi sono questi personaggi, sono veri? Sono proiezioni? Sono un sogno? E di chi? Sono una fantasia mai accaduta di qualcosa che è andato diversamente (che poi era il tema di Se mi lasci… Ti cancello, gli incontri casuali che possono portare a diversi esiti o paradossalmente sempre allo stesso)?

Ognuno risponderà come ritiene, non è cruciale (per appassionati di intrecci nel libro di Iain Reid da cui è tratto il film c’è un finale diverso che chiarisce meglio). A rendere unico e così penetrante Sto pensando di finirla qui è altro, è la strana forma di malinconia per una vita intera che sa comunicare senza esserne pervaso. È un film capace di portare se stesso ad un apice tale che l’inserto di un balletto (la più classica delle astrazioni) non solo commuove, ma risulta come l’unica maniera possibile di illustrare lo strazio nel capire come una vita, la vera, distrugga le altre possibili vite ideali e migliori che potevano avvenire.

È destabilizzante come in molti punti Kaufman, tramite un ricco comparto di allegorie e metafore, sia in grado di andare drammaticamente al punto, svicolando le solite questioni (autostima, realizzazione, paura di rimanere soli) per giungere a quel che gli preme con una macchina ferma nella neve o una gelateria meschina: tutto ciò che potevo essere e non sono stato, tutto ciò che poteva accadermi e non mi è accaduto, tutto ciò che desideravo e non ho conquistato. Non proprio una storia ma quel rimpianto di mille vite mai vissute che abbiamo dentro e il groviglio di sentimenti per i quali non abbiamo un nome, che è legato a questo rimpianto.