La trama di L’Ospite è semplice, gli esiti non lo sono per niente. Dietro questo film che si propone sottotono senza clamore, c’è la conferma di un cineasta clamoroso.

Dopo una litigata che mette in crisi il suo rapporto Guido lascia la casa che condivide con Chiara, si sono presi un periodo di riflessione. Andrà a dormire ospite da amici e dai genitori, un po’ sul divano di uno, poi su quello di un altro. In attesa che qualcosa cambi. E intanto è testimone delle vicende di ognuno. Di fatto così Guido passeggia per il paesaggio umano delle sue relazioni, non influisce ma attraversa le storie e il privato di amici e genitori. Ha una sua trama, suoi problemi (anche al lavoro) e un obiettivo che guidano il film (tornerà con Chiara? Lei lo sta davvero lasciando?) ma di fatto il film è lo sfondo. Seguendo Guido seguiamo anche il paesaggio umano che lo circonda, non rappresentativo di niente ma incredibilmente umano.

L’Ospite è il secondo film di Duccio Chiarini dopo Short Skin, e se il primo suonava come una scoperta questo è una conferma. Ancora di più: se il primo sembrava un film piccolo e con un tono delicato, un po’ imberbe, questo conferma che non c’era niente di imberbe in quel tono, non era una questione di debutto e prime esperienze e non c’era nessuna “fortuna” nelle parti più riuscite. Duccio Chiarini è un grande cineasta minimalista, quello stile lo cerca e lo padroneggia. L’Ospite conferma tutto quello che si è visto in Short Skin e rilancia con una struttura originale e una serie di idee di puro cinema, gesti filmici essenziali come i migliori narratori nipponici, uniti ad una scrittura pienamente in linea con lo stile italiano, ma non compiaciuta dal suo essere locale. Anzi! Basta vedere la prima scena, ordinaria, pudica e fatta di poche inquadrature e montaggio parco, eppure sensualissima. Non basta riprendere un corpo nudo per creare sensualità (in questo caso quello di Silvia D’Amico finalmente in un ruolo che la mette in risalto) c’è qualcosa di più nella recitazione e nella naturalezza dei corpi, c’è uno sguardo innamorato delle donne in un modo così onesto e totale da ammirarne ogni gesto. Qualcosa che per stile, garbo e interesse si era vista prima solo in Truffaut.

Come in Short Skin Chiarini cerca molto il naturalismo, specie nei dialoghi e nella recitazione, riuscendo quasi sempre a trovarlo in modi originali. Non è perfetto, anzi, ma alla lunga il modo in cui ci si parla e ci si comporta nei suoi film ha una personalità chiara, è coerente e suona autentico. Questo è importante perché il risultato del film sarà un’epopea umana di incredibile ordinarietà. Tuttavia la sorpresa che coglie lo spettatore verso la fine è quanto questo naturalismo dia vita ad un racconto toccante e appassionante, perché invece che ricalcare i luoghi comuni del suo genere (la commedia) batte un percorso tutto suo che ci suona sempre imprevedibile. Chiarini non segue il manuale di come si faccia un film italiano ma con quegli stessi protagonisti (gli italiani) crea senza regole.

Il suo film pur essendo il trionfo delle tecniche cinematografiche non somiglia per nulla al solito film ma più ai racconti tra amici riguardo le disavventure di conoscenze comuni.
Ci sarà chi si lascia, chi sta male, chi passa una giornataccia e chi non fa che mettersi sempre più nei guai. Chi è da compatire e chi da condannare.

Guido, come fosse un Michele Apicella di Bianca che ha sostituito l’innaturale e tranquilla calma omicida con l’ansia, vorrebbe che il suo mondo di affetti non crollasse e invece è testimone dell’ordinario sfaldamento e della conseguente ricomposizione dei rapporti.

E la cosa davvero più incredibile del film (tra i cui sceneggiatori compare anche Roan Johnson e un po’ si sente nell’umorismo) è come Chiarini sia in grado di trasformare il tocco delicato che applica in uno strumento per raccontare le passioni forti, fortissime e contraddittorie, come se si manifestassero con quiete invece che con il più comune stordimento passionale cui i film ricorrono. Gli basta un mezzo sorriso, alle volte una parola.
Del resto è quella la caratteristica dei grandi narratori minimalisti, avere la capacità di far pesare ogni singolo gesto, ogni centimetro di pelle esposta, ogni silenzio. Pazzesco.

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