La storia di Gary Hart è poco nota da noi. Era un politico in corsa per diventare il candidato democratico alla presidenza, sembrava quello che facilmente avrebbe vinto le primarie nel 1988 e dotato di grandissime chance per la presidenza. Era il nuovo ed era interessante. In 3 settimane fu vittima di uno scandalo sessuale, i giornali cominciarono a scavare in quella che sembrava una relazione adultera. Lui non gestì bene quella che allora era una delle prime vere inchieste nel privato di un politico, e dopo quelle 3 settimane d’inferno decise di mollare la corsa. Jason Reitman racconta questa storia cercando quanto più possibile di fare un cinema serio e distaccato, di mettere in fila fatti e sensazioni umane, di portare lo spettatore sia dalla parte dei giornali che da quella del politico che vede la sua vita invasa.

The Front Runner – Il Vizio del Potere non vuole essere un film politico (non se ne parla mai davvero): vuole essere un film solido di valori, etica e morale. E forse per questo è stato scelto Hugh Jackman che della solidità è l’emblema. Grazie a lui il film ha un’umanità incredibile, perché Jackman negli anni ha costruito sul suo corpo un’immagine di incredibile onestà e umanità. Ha un corpo così grande che non potrà mai essere l’uomo comune americano, ma è l’ideale dell’uomo comune americano (pur essendo australiano). Nei panni di Hart diventa un colosso della politica umana, il presidente che tutti vorrebbero, l’ideale democratico dell’elite etica, morale e umana in politica.

A partire da questo The Front Runner vorrebbe riportare le osservazioni di tutti e costruire una dialettica all’interno della quale ogni spettatore possa trovare un posto a sedere più o meno lontano da una o dall’altra tesi. Ma inevitabilmente il film è viziato da un’adesione di parte. La maniera in cui il giornalismo indaga e spettacolarizza la politica dovrebbe iniziare qui, nella visione di The Front Runner, ed è un male, perché ci ha privato di un uomo simile.

Jason Reitman confeziona un piccolo saggio sulla maniera in cui un cineasta, pur riportando i fatti con onestà e dando a ogni compagine il tempo e il modo di mostrare le proprie ragioni, poi con le armi della messa in scena non riesca ad annullare se stesso. Reitman crea scene come quella del grande annuncio della corsa alla presidenza a Red Rock o l’altra dell’agguato in un vicolo, nelle quali la realtà è trasfigurata dal cinema, diventa mitologia. E in questo passaggio (dal realismo alla drammaturgia) non è possibile escludere la parzialità. Stiamo con il protagonista, stiamo con l’uomo in difficoltà, stiamo con la grande star.

Qualche spallata al destino delle donne coinvolte in anni in cui a nessuno pareva interessare purtroppo sembrano mal incollate al resto, come se fossero posticce e la grande cavalcata (davvero ben scritta) e ben messa in scena le marginalizza. Perché inevitabilmente in The Front Runner il protagonista non è né Hart né l’intreccio di cui è stato protagonista, non lo sono i giornali né lo sono le televisioni ma è il cuore di Jason Reitman. Tutto il film trasuda un desiderio forte di idealizzazione della politica, il bisogno non certo di un uomo forte ma di un uomo corretto. Visto così è un film davvero apprezzabile e la sua solidità si trasforma in un anelito. Reitman è innamorato del suo Hart, non di quello vero ma proprio di quello interpretato da Hugh Jackman, tanto farlo apparire protagonista di una storia fasulla più che presa dalla realtà, una che appartiene alla grande galleria dei personaggi da cinema e non a quella un po’ più meschina e piccina delle vere persone.

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