Roger Michell porta sul grande schermo con The Duke una storia vera che unisce dei fatti realmente accaduti a un insieme di umorismo britannico, dramma famigliare e riflessione sociale, il tutto sostenuto dalle ottime interpretazioni del cast guidato dal talento cristallino che contraddistingue Jim Broadbent e Helen Mirren.

Gli eventi sono ambientati nel 1961 quando, dalla National Gallery di Londra, venne rubato il ritratto del Duca di Wellington. Kempton Bunton è un tassista sessantenne animato dalla voglia di migliorare la società e da un lutto personale che ha provato a elaborare scrivendo un’opera teatrale. Sua moglie Dorothy (Helen Mirren) lavora come governante della famiglia Gowling e cercando di gestire il fervore del marito e due figli, Jackie (Fionn Whitehead) e Kenny (Jack Bandeira), che teme finiscano per compiere dei crimini.

La donna non può certo immaginare che il destino della sua famiglia sta per intrecciarsi con quello di un’opera d’arte di inestimabile valore.

A quasi 60 anni di distanza dal furto, Roger Michell firma la versione cinematografica della storia al limite dell’incredibile della famiglia Bunton scegliendo un approccio ben equilibrato tra la dimensione sociale, come la lotta di Kempton per abolire il pagamento del canone della BBC agli anziani e ai veterani, e quella personale che ruota intorno alla morte di una figlia – e sorella – che ha segnato in modo diverso ognuno dei protagonisti. Helen Mirren è impeccabile nella sua interpretazione di una donna apparentemente fredda, tanto da non riuscire ad andare in cimitero nemmeno una volta sulla tomba della figlia, e al tempo stesso profondamente innamorata del marito e preoccupata per i figli, spaziando con maestria tra momenti di leggerezza e scene più riflessive. A suo fianco Jim Broadbent si dimostra la scelta perfetta per la figura di Kempton, accostata più volte a personaggi iconici del calibro di Robin Hood e Don Chisciotte, che possiede una personalità incredibilmente positiva e all’insegna di una determinazione incrollabile nella sua scelta di difendere ciò in cui crede, come i diritti delle minoranze e di alcune fasce d’età. Il protagonista diventa così un esempio di virtù e bontà d’animo che, come sottolinea il suo avvocato difensore (un sempre affascinante Matthew Goode a cui viene affidato un piccolo ruolo ma determinante nell’ultimo atto del racconto), vorremmo tutti avere nella nostra vita come amico o vicino. Nel contesto della 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, in cui The Duke viene proiettato fuori concorso, Kempton Bunton rappresenta l’altro lato della medaglia della società mostrata in Final Account: nel documentario di Luke Holland si dà spazio e voce a chi ha scelto di non intervenire e voltarsi dall’altra parte, facendo i conti con il giudizio della propria coscienza e della storia, e dall’altra c’è chi si alza in piedi per difendere un collega da un’evidente ingiustizia, nonostante la consapevolezza di poter rischiare il proprio posto di lavoro e un’entrata economica sicura. Il film di Michell, pur non essendo memorabile e usando degli espedienti grafici nel montaggio non del tutto necessari o utili, celebra la dignità e la perseveranza senza mai esagerare troppo nei toni e nella retorica, mantenendo un approccio ironico e leggero che rendono la visione coinvolgente e piacevole.

Il filmmaker tratteggia inoltre un ritratto della società degli anni ’60 con attenzione – anche grazie al contributo essenziale dei costumisti e degli scenografi – e intelligenza, evidenziandone le divisioni sociali e le contraddizioni, pur mantenendo quell’approccio ottimista che contraddistingue il film, perfettamente inserito nel filone delle migliori commedie britanniche.