Sembrava tutto più che giusto: tre uomini scelti nelle età cardinali (il ragazzo, l’uomo, il vecchio), tre animali isolati su un’isola nella quale arriva il pretesto che li renderà cacciatori e prede, un cast di facce di pochissime parole. Nelle remote regioni delle Flannan Isles, i tre protagonisti vanno a fare la guardia al faro. Vivono isolati dal mondo e capiamo che almeno i due con più esperienza sono abituati a farlo. Fin dall’inizio sono caratterizzati come animali, con il più giovane e pimpante che prova a fare gli agguati a quello più vicino a sé come età e il più anziano che comanda, e come tali saranno trattati. The Vanishing – Il Mistero del Faro è un film frasi secche e pochi discorsi, uomini duri in luoghi impervi, un film in cui compare una sola donna nella prima scena e poi basta.

Quello che scatena il vero obiettivo, cioè costringerli a prendere scelte estreme in una situazione di vita e di morte, è il naufragio di un uomo su una piccola barca con una cassa di legno. L’uomo pare disposto a uccidere e morire per quella cassa nella quale, in breve, si scopre esserci un tesoro. È praticamente l’anello di Il Signore degli Anelli, cioè l’oggetto bramato da tutti che non solo crea tensioni interne ma attira qualcun altro sull’isola, il pretesto narrativo (e nulla è più un pretesto del “tesoro”) per creare problemi.

Sta per partire un island invasion quando il film in realtà lo risolve in fretta passando al capitolo più cocente, cioè il momento in cui saltano gli equilibri interni. E qui iniziano i problemi.
Fino a quel punto The Vanishing – Il Mistero del Faro si è mosso molto bene sul terreno del cinema di tensione maschile, quello in cui ad essere in ballo sono le dinamiche di sopraffazione e branco tra uomini, in cui i sentimenti che contano non sono quelli universali (fratellanza, amicizia, onestà…) ma è il peso che ha la figura di un padre in una società tradizionale come quella da cui si capisce che vengono i tre. Nell’ultimo atto però inizia a barare. Invece di lavorare sui personaggi e l’evoluzione dei loro rapporti il film affida ad un elemento esterno il cambio di carattere di uno di loro e da lì è un disastro.

Quando la trama si tende e le tensioni diventano forti emergono molti limiti della scrittura di Celyn Jones e Joe Bone che la regia (niente male) di Kristoffer Nyholm non può tamponare. Il più giovane è caratterizzato come l’impulsivo in una scelta abbastanza scontata ma è affettato per contrapporlo agli in maniera così marcata da renderlo una pura macchietta.

Poco possono fare un ottimo Gerard Butler (il più impegnato dei tre) e il solito statuario e granitico Peter Mullan che consegna esattamente il tipo di prestazione che ci si aspetta da lui. Erano le facce e i corpi perfetti per il film, e anche quando il film si sgonfia rimangono loro ad animarlo a colpi di primi piani. Non è poco ma non è tutto.