Rivista, corretta e completamente “ridisegnata” con un casting più accorto e vicino alla sensibilità contemporanea riguardo la rappresentazione della donna, la Lara Croft che aveva esordito nel 2013 nei videogiochi ora arriva anche al cinema. E rispetto all’omonimo videogame il medesimo spunto di trama (la regina giapponese Himiko sepolta presso un’isola piena di insidie su cui naufragare e in cui dover sopravvivere per diventare un’avventuriera) diventa una ricerca di un padre che aveva intrapreso quell’avventura anni prima senza tornare e la genesi di un mondo, che al cinema significa un possibile franchise. Alla fine infatti a nascere non sarà solo Lara (come in ogni origin story guadagnerà il suo “costume” classico anche se tali sono i cambiamenti che treccia e doppia pistola appaiono un po’ fuori tono) ma anche una sua possibile nemesi su cui il film insiste moltissimo: la grande corporation del male in stile Spectre.

Tomb Raider (il film) prevede alcuni oggetti tipici della saga, un buon numero di enigmi con ingranaggi e diverse scalate, ma al di là di quello il suo modello è tutt’altro, è Indiana Jones e l’Ultima Crociata da cui mutua quasi tutti i suoi elementi migliori (dal taccuino con gli schizzi al rivale nella ricerca che mira proprio a quel taccuino, fino alla difficile figura paterna e alla grotta piena di prove mortali da superare). La cosa sarebbe anche accettabile, se non proprio auspicabile, se Roar Uthaug mutuasse da Spielberg anche la passione per il genere e la voglia di divertirsi con l’avventura.

Invece Tomb Raider è condotto con correttezza ma senza particolare trasporto, si limita ad intrattenere invece di puntare ad appassionare e così finisce per assomigliare ad un action movie come tanti altri. C’è un abuso nell’uso dei clichè sia nei personaggi che nelle situazioni, nelle battute e nelle soluzioni che non viene da una forte fiducia in quei luoghi comuni (che ad esempio ha Tarantino, che i clichè li esalta) ma più da una sufficienza, quella per la quale anche se una scelta è banale (e tante qui lo sono) alla fine andrà bene lo stesso per un film d’azione. Ogni svolta della trama, ogni cambiamento di un personaggio e ogni decisione viene sbrigata frettolosamente senza che venga caricata o ci venga annunciata per tempo, senza dare al pubblico il tempo di maturarla e stupirsene o averla davvero compresa. Tutto accade in un attimo per poi passare allo snodo successivo.

Così Tomb Raider dilapida un vero patrimonio di scene e idee che invece sembrano molto ben concepite anche quando hanno il freno a mano tirato. E così la dedizione di Alicia Vikander risulta la parte migliore. Al contrario di Angelina Jolie, che pare sempre attraversare i film come non le interessasse minimamente quel che accade, stando con la testa in un altro luogo di un altro pianeta, Alicia Vikander si impegna, crede al personaggio e riesce in certi punti a dargli un taglio originale, oscillando bene tra l’ordinarietà di una ragazza che non ha mai preso parte a un’avventura e l’istinto dell’action heroin che sta nascendo. Sta in campo in ogni scena e grazie a lei il film ha una scorrevolezza piacevole. Dura quando serve, fragile senza sfociare nello smielato, da attrice vera ha creato una sua Lara che unisce i contrasti in maniera credibile e ci appare più complessa di prima. Di fatto fa più lei per la comprensione e la compassione con la trama di quanto non faccia il film.