C’è da rimanere stupefatti per tutta la prima parte di Trash, presentato in questi giorni nella sezione Alice nella città della Festa del cinema di Roma, dal fatto che un lungometraggio animato italiano sia realizzato con la perizia, la cura e la competenza dei migliori prodotti europei e asiatici (non ancora a livello dei migliori statunitensi ovviamente, specie sulla varietà e minuzia delle espressioni e quindi della recitazione). La storia di questi rifiuti animati che vivono un’avventura in cerca dell’Eden del riciclo (e con il terrore di finire risucchiati dagli spazzini) non ha texture da 4 soldi, non è illuminata da un’unica grande luce, né si rifugia nel pupazzoso che sa di clichè, ma anzi ha la via di mezzo tra realismo e cartoon che serve. Ancora di più, dopo poco è chiaro che i personaggi animati sono inseriti in ambienti ripresi dal vero. Veri sfondi, veri movimenti di camera lungo vere strade e veri interni, che ospitano personaggi digitali. Un’idea economica non male, integrata benissimo grazie ad una color correction fusa alla perfezione con i colori animati.

Insomma Trash, tecnicamente, c’è.

La scrittura è però un altro paio di maniche, a partire dalla piaga sconfortante dei messaggi educativi lanciati chiari e forti, la stessa che fustiga la maggior parte dei prodotti per l’infanzia italiani. Lo scopo didattico è sempre esplicito nella forma di una lezione e mai implicito nella forma. Ma non solo.

Creato ricalcando il modello aureo fondato dalla Pixar con Toy Story, cioè quello del mondo segreto degli oggetti che si animano, un universo complementare e speculare al nostro in cui le cose prendono vita mentre non le vediamo e hanno loro avventure, loro obiettivi e loro forme di realizzazione personale, Trash non riesce a creare quelle aderenze con il nostro mondo che fanno ridere, né trova l’empatia giusta.

In particolare, in un mondo così popolato, la caratterizzazione dei comprimari lascia molto a desiderare, ed è un peccato perché in questo tipo di film d’animazione è proprio l’accoppiata tra character design e carattere il punto di forza. Per dirlo in un’altra maniera, è la personalità che viene data ad un certo oggetto a partire dalle sue fattezze (in armonia o in contrasto) a vincere. In Trash questo è abbastanza pedissequo, si veda il barattolo con la sindrome di Napoleone o la donna inevitabilmente fatale modellata come una cantante di night sensuale.

E quando sembra di aver segnato tutti i punti della lista delle banalità arriva un santone/mentore che spiega tutto. Ma tutto tutto. Obiettivi, backstory, sentimenti nascosti di ogni personaggio, aggiungendo una patina spiritualista all’idea di riciclo.

Ovviamente essendo un film italiano i villain hanno tutti un qualcosa di tecnico o tecnologico mentre i buoni sono rifiuti “vecchio stampo” fatti di materiali analogici. Il male è sempre nella tecnologia, il bene sempre nel vecchio mondo.