ULTRAS, DI FRANCESCO LETTIERI: LA RECENSIONE

Se dovessimo considerare Ultras, il nuovo film italiano di Netflix, solo come un film non sarebbe eccezionale. È molto corretto, girato con cura e pensato con altrettanta perizia, ma è privo di personalità, parla una lingua che ha inventato qualcun altro e anche imitando non riesce a trovare un suo vero contenuto. La storia di un capo ultras diffidato e quindi del suo gruppo di riferimento in un momento di transizione, in cui stanno arrivando i giovani con le loro richieste e la loro voglia di potere ma anche in cui lo stesso capo vorrebbe passare ad un’altra vita più regolare e tranquilla (se non fosse che l’attrazione del branco e della violenza è così rassicurante e magnetica), è una storia di marginalità e uscita dal gorgo come altre. Non è l’orgia di ingiustizia, cameratismo e senso malato di compagine che era ACAB di Sollima (che raccontava l’altro lato della barricata, i poliziotti, ma in modi non diversi), è una cronaca di vita in periferia con un po’ di dinamiche di tifoseria.

Se però lo si intende come un tassello di un mosaico più grande (il racconto di come è cambiata la periferia campana, intorno a quali modelli e su quali direttrici), Ultras è un altro passo dell’allargamento della mitologia napoletana contemporanea. È evidente che tutto quel che crea visivamente lo deve a Gomorra (film e serie), che la visione che riesce a dare è mutuata da lì non solo nelle dinamiche quasi shakespeariane di potere, in cui capi sono come re con eredi e consiglieri che tramano, rispettati e riveriti ma anche in dovere di essere sempre all’altezza di quel potere, ma pure l’estetica e l’uso degli scenari vengono da lì. Lettieri, in precedenza regista dei videoclip di Liberato (che qui fornisce parte delle musiche), trova luoghi, posti, scorci, palazzi, cortili e ambientazioni notturne (dalla fotografia identica al proprio modello) che allargano l’idea di estetica napoletana dei nostri anni e promuovono l’idea che questo è e rimane cinema di ambienti. Non è la storia a contare ma i posti.

Nei film di tifoseria il calcio è sempre un pretesto, in questo la stessa tifoseria stessa è un pretesto. Il fine dell’aggregazione dei personaggi potrebbe essere il traffico di droga e non cambierebbe molto, l’importante sono sempre i tagli di capelli, il fisico di Aniello Arena (così grosso e attempato evidenziato dall’abbigliamento), sono i tatuaggi e le sopracciglia curate dei più giovani, il volto spento di Antonia Truppo e le sue occupazioni. È l’estetica che mescola il look ripreso dal rap e quello della televisione in un iperrealismo che non conosciamo se non per Gomorra e che qui si espande a macchia d’olio.
Se Roma è sempre stata il setting naturale del cinema italiano (per ragioni produttive più che altro), Napoli lo è diventato dal 2008 in poi. Ma invece che abbeverarsi alla fonte di un immaginario usurato fatto di mitologia, paganesimo, esoterismo folkloristico o ancora bassi e tradizioni culinarie, Ultras si concentra sulle nuove periferie e prolunga il nuovo immaginario di quella zona.

Lettieri aderisce in pieno a quel mondo che incrocia fatti concreti e personalità reali ma le filtra attraverso stili e scelte visive che ha visto al cinema e in tv, sceglie di lavorare in continuità con le altre rappresentazioni di quei luoghi e quelle dinamiche. Alla fine ci riesce, il film in sé ci perde ma un’idea più grande di racconto del nostro tempo ci guadagna.

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