Già c’è da essere più che entusiasti per l’idea di un film che vada di punta controcorrente, che prenda la posizione meno facile e proponga di raccontare 4 uomini che decidono di sperimentare come sarebbe la loro vita se il tasso alcolico nel loro corpo fosse costantemente sullo 0.05%, senza voler realizzare un apologo contro gli eccessi e contro l’alcol. Anzi. Ma Un altro giro (tra i film che sarebbero dovuti essere a Cannes) riesce anche a regalare molto di più, dimostrando che lo spunto è solo tale e usandolo per mettere in scena qualcosa di più profondo, universale e umano.
Ah! Dettaglio non da poco: i quattro sono insegnanti in un liceo.

Un altro giro ovviamente ha gli alti e bassi che ci si attende e ha gli eccessi che ci si può aspettare da una trama simile, perché dopo i primi tentativi di bere “solo nelle ore di lavoro, mai la sera o nel weekend” i quattro si faranno prendere la mano e non tutto andrà bene, ma la maniera in cui presenta una questione su cui sembra facile avere un’opinione, mettendo in luce non solo i problemi ma anche i lati positivi, riuscendo a far sembrare impossibile avere un’idea certa, parla di un cinema ideale che davvero non giudica ma è curioso di tutto. In più la maniera in cui usa quest’esperimento per descrivere non tanto gli esiti (obiettivamente come volete che vada a finire?!?) ma le motivazioni che spingono 4 danesi di 50 anni a provare a vivere un po’ ubriachi e che poi li fanno innamorare dei risultati è da manuale. In questo modo Vinterberg, che stavolta al solito interesse per come la società ci guarda e come siamo condizionati da questo dover vivere assieme agli altri (è pur sempre il regista di Festen!), affianca anche una prossimità invidiabile ai personaggi, riesce raccontare quella difficoltà di relazione che i film nordici mettono in scena in tutta un’altra maniera, una che possa interessare anche sotto la Germania.

Un altro giro è così umano che si può volentieri passare sopra al fatto che non tutto quadri perfettamente. Ci sono molti aspetti di una vicenda così paradossale che vengono sorvolati e molti altri che sono veri o possibili o anche solo plausibili unicamente in un paese del Nord Europa, dove l’ubriacatura di adulti non è uno scandalo (a patto che non avvenga di giorno al lavoro chiaramente).
Se si passa sopra qualche differenza culturale e qualche forzatura per far procedere la trama Un altro giro sa conquistare soprattutto con le interpretazioni. Perché alla fine è un grido di disperato desiderio di contatto umano che passa da sguardi e cambiamenti nei protagonisti. Lo capiamo subito, nella cena in cui i 4 amici per la prima volta introducono l’idea, quando Mads Mikkelsen (il più a fuoco) trattiene le lacrime e beve compulsivamente ma non parla, tenendo dentro di sé un forte risentimento verso se stesso contro cui sembra impotente. Lo stesso che lo spingerà per primo a tentare questa estrema soluzione per ribaltare la propria vita.

Anche il finale che coincide con la maturità degli studenti non sarà propriamente impeccabile, ma la vera chiusa (l’ultimissima scena, una festa e un ballo in strada che seguono di poco un funerale) è una tale delizia, una celebrazione alcolica in cui Mikkelsen è bagnato da champagne mentre danza in un trionfo di alcol con movenze così esagerate (di una controfigura) che fanno slittare il film verso un altro reame, dal reale all’ideale. È una ritrovata gioia che ha il sapore amaro della richiesta di comunione e di empatia che si chiude con un fermo immagine perfetto.
Tutto impeccabile per un film per apprezzare il quale è più utile badare alla maniera in cui guarda i protagonisti piuttosto che alla storia che racconta.