Un Lungo Viaggio Nella Notte, la recensione

Non c’è niente che possa preparare a Un Lungo Viaggio Nella Notte. E questa è la parte più eccitante.
Certo non è un film che esce dal nulla, è ispirato a dei racconti di Bolaño, gioca nel primo tempo con le atmosfere di Wong Kar-Wai (quel misto di noir e perduti amori) e le ambientazioni di Jia Zhangke, imbastisce un viaggio di trasformazione, un’odissea nella memoria tra passato e presente e poi devia verso lidi onirici (che non lo sono poi nemmeno troppo). Non è però nei dettagli che il film colpisce ma nel complesso. È nel complesso che è difficile arrivarci preparati. Bi Gan, al secondo lungometraggio (che esce ora in Italia ma è del 2018), si afferma come il cineasta cinese più interessante del momento, l’unico con Dyao Yi’nan (l’eroe di Fuochi D’Artificio In Pieno Giorno e Il Lago Delle Oche Selvatiche) capace di stupire e creare atmosfere che il resto dei film non conosceranno mai. I loro film sono ambientati in posti estremamente specifici della Cina e come per Matteo Garrone, la ricerca di luoghi precisissimi è portata avanti solo per trasfigurarli e renderli più falsi dei luoghi inventati.

La storia è quella di un uomo in cerca di una donna che torna là in quei luoghi periferici e di campagna dove la incontrò e passò un’estate con lei. Un periodo fatto di sotterfugi, contatti con il crimine, omicidi e fughe, pieno insomma di questioni da noir. Vediamo il presente della ricerca e saltiamo nel passato idealizzato con flashback improvvisi e pieno di desiderio e amore perduto. Tutto fino a metà quando il personaggio principale entra in un cinema per vedere un film in 3D e si addormenta. Da lì il film stesso diventa in 3 dimensioni (in Italia non è visibile però in 3D), come se guardassimo il film che stava guardando lui mescolato con i suoi ricordi e soprattutto i desideri del suo inconscio profondo che modificano tutto, forse è proprio un sogno fatto guardando un film: un unico pianosequenza manualissimo, senza giunti digitali, in cui si perde e si ritrova, in cui incontra versioni alternative delle donne che cerca grazie all’aiuto di un bambino sperduto.

Se state pensando a Leos Carax e Holy Motors fatevi pure una risata, Un Lungo Viaggio Nella Notte è un film vero, interessato agli esseri umani più che alle speculazioni, uno sì pieno di simboli ma sempre molto concreti e attaccati alla trama, alla ricerca, ai personaggi e all’animo umano. È un viaggio straordinario negli abissi della memoria e delle pulsioni che scaturiscono da essa, un’esperienza cinematografica abbacinante, che calamita con la forza di immagini, colonna sonora e atmosfera. Le trovate sono tantissime, i personaggi pure, le sensazioni che vengono da questi incontri o da una panoramica fatta su una zip line (all’interno del piano sequenza) sono pazzeschi. Arrivato a questo punto basta una mela mangiata in piano sequenza con gli occhi che si riempiono di lacrime in tempo reale a far affondare il cuore dello spettatore.

Un Lungo Viaggio Nella Notte è prima di tutto un piacere visivo, uno che crea immagini e atmosfere con cui dare senso ad una trama semplice. Inoltre, a differenza di tutta la sua concorrenza (gli altri film che puntano all’astrazione, che cercano di lavorare per associazioni e rifiutano la logica per abbracciare l’istinto), Un Lungo Viaggio Nella Notte ha una chiarezza invidiabile. C’è una forza strana e misteriosa nel film, una che Bi Gan non solo crea ma indirizza proprio verso quel secondo tempo sorprendente. Una forza che parla di istinti primordiali, di lotta con il proprio sé, di desideri alimentati e ingranditi dalla memoria e di un viaggio allucinato dentro.

Vedendo quest’ultimo film di Bi Gan, la sensazione è di assistere al backstage dei proprio ricordi, ai meccanismi che scatena un sogno pieno di vecchie memorie o al ritorno improvviso in testa di sensazioni perdute e dimenticate. È una frase fatta, e chiedo scusa in anticipo a chi la sta per leggere, ma vera: “È un viaggio all’interno di noi stessi”.
Bi Gan non riesce a fare questo solo con la scrittura ma con la maniera in cui organizza luci e musica e con uno stranissimo montaggio che sfida le inquadrature ad essere composte in modi sempre più audaci così da poterle lasciare il più a lungo possibile.