Non sono nè l'intento di descrivere pornograficamente la rapida discesa nella povertà di un uomo qualsiasi da 1200€ al mese e una famiglia con due figli, nè la volontà di farlo ricalcando la piantina di Umberto D. nel contrasto tra cedimento alle necessità e mantenimento di una dignità umana, a rendere Gli equilibristi un film sostanzialmente disonesto e ruffiano, quanto il fatto di averlo fatto per portare acqua ad una tesi e non illustrare una situazione per rifletterci sopra.equilibristi.jpg

In Gli equilibristi è messo in scena un mondo, quello italiano attuale, in cui la dignità che pare conquistata può essere messa a repentaglio in ogni momento dal minimo scombussolamento economico. Nel caso specifico un divorzio e l'esigenza di mantenere se stessi e un'altra famiglia.

Per fare tutto ciò senza pietismi il protagonista rivede sempre di più i propri standard di vita e accetta compromessi che in poco lo trasformano in un barbone (e il look con barba folta di Valerio Mastandrea in questo senso funziona).

Eppure, nel film scritto e diretto da Ivano De Matteo c'è più amore per la tragicità che per il racconto o i personaggi. Cioè c'è più attaccamento a una necessaria discesa nella disperazione che dimostri e mostri la realtà più truce dei nostri giorni che vera complessità. Non che il microuniverso di disperazione messo in scena da film non esista o non vada raccontato (anzi!) ma lo sguardo del regista è quello del bieco carceriere (senza la raffinatezza intellettuale di un Haneke) e mai quello del narratore onesto.

Traghettati dalla straordinaria maschera drammatica di Valerio Mastandrea (capace come sempre di rischiarare il racconto con lampi di malinconica comicità) si va sempre più in basso come spinti da una mano invisibile e non trascinati da una drammaturgia convincente. Tutto è tragico perchè dev'essere così e più è tragico più sarà utile alla causa. Per questo poi il risultato è un film disonesto che nel finale esageratamente e ridicolmente pietistico svela la sua falsità.

 

equilibristi.jpg