Non aprirò una lunga dissertazione sul cinema d'autore e su come questa sia a mio avviso la forma di espressione cinematografica più interessante e completa, nei rari casi in cui la dimestichezza con il linguaggio filmico incontra l'urgenza di raccontare qualcosa di vero e sentito, ma con Sarah Polley ci troviamo chiaramente di fronte a un'autrice intelligente ed esperta, e viene da pensare che se non fosse donna, giovane e con un passato da attrice carina, il suo nome sarebbe ben più conosciuto, in un Festival di Venezia in cui c'è il bisogno (legittimo) di sottolineare lo spazio riservato alla "creatività femminile".

sarah polley.jpgStories We Tell è il film di una vita, la resa dei conti di questa regista con il suo passato: lo è per stessa ammissione dell'autrice e lo si evince sempre più chiaramente ad ogni minuto che passa. La Polley fa qualcosa che in molti desidererebbero fare e ricostruisce con un documentario la storia della propria famiglia concentrandosi sulla figura della madre morta quasi trent'anni prima, ricostruendo attraverso le testimonianze di famigliari e amici, oltre che di materiale d'epoca, gli strani fatti che in anni più recenti hanno finito per segnare in modo indelebile la sua vita.

Se un autore solitamente mette in gioco le proprie idee nelle storie che racconta, qui c'è la volontà di eliminare i filtri per affrontare faccia a faccia questi pensieri, attraverso un meccanismo coraggioso e delicato in cui ogni personaggio è consapevole di mettere in tavola con le proprie parole un pezzo di intimità per renderla pubblica. Un'operazione che non ha niente di voyeuristico ma che è l'espressione evidente della necessità di affrontare pubblicamente il nocciolo dei propri problemi per catartizzarli.

Qualcosa che in molti, dicevo, vorrebbero fare, ma che la Polley ha l'abilità di gestire senza far sembrare il film una lunga e noiosa confessione terapeutica allo psicologo, ma raccontando una storia interessante utilizzando abilmente il linguaggio cinematografico. I colpi di scena vengono dosati abilmente lungo tutto il film, ribaltando di volta in volta le carte in tavola e costruendo una vera e propria narrazione in cui i momenti commoventi non mancano, arrivano in modo naturale e mai ricattatorio.

Al tempo stesso, Stories We Tell si trasforma in una riflessione sorprendente sulla natura stessa del genere documentario che, ben lungi dall'essere la forma di espressione oggettiva per la quale si pone al pubblico, è in realtà l'intervento di qualcuno che, in modo più o meno consapevole, mistifica i fatti reali per far emergere la propria tesi. In alcuni dei passaggi più belli del film, la Polley riflette sul proprio ruolo di regista e quindi moderatrice degli interventi dei vari testimoni chiamati in causa, sulla difficoltà di arrivare a una verità univoca e sulla fallacità della memoria, senza negare le discordanze fra i racconti delle parti chiamate in causa.

Ma il vero motivo per amare questo film, che porta ad apprezzare Sarah Polley come persona oltre che come regista, è il bellissimo ritratto che fa di sua madre, una donna amata tanto per i suoi meriti quanto per i suoi errori, la cui vita viene valutata non con gli occhi di una figlia delusa, ma con la lucidità di una donna che riconosce nel proprio genitore quelle inevitabili contraddizioni di cui tutti vivono sotto la facciata delle convenzioni sociali, consapevole di quanto sia inutile e stupido parlare di tabù.

Alla fine della proiezione, in un breve Q&A, la Polley ha detto di aver portato a compimento con questo film un arco tematico già avviato (inconsapevolmente) con i suoi primi due film, Away From Her e Take This Waltz, e a questo punto anche noi, come lei, ci chiediamo quali strade prenderà adesso…