Girato in un 3D spettacolare e con la consueta abilità nel trovare immagini da mozzare il fiato che hanno i migliori documentari naturalistici, Amazonia 3D imbastisce una trama lieve lieve (una scimmia di città trasportata in un aereo precipita nella foresta amazzonica e si trova a confronto con la natura selvaggia e in un certo senso con il retaggio animale che la città ha soppresso in lei), per mostrare la biodiversità amazzone attraverso panoramiche, dettagli, primi piani e carrelli che hanno un respiro mostruoso e sanno farsi forza del 3D. In questo senso la prima panoramica che dalla foresta scopre Rio De Janeiro è uno dei movimenti di macchina migliori visti alla Mostra di Venezia.

Essendo un film con protagonisti degli animali è muto e riesce attraverso il montaggio (e un scimmia protagonista molto ammaestrata) a raccontare molto usando la lingua di Disney.

Il modo infatti in cui Thierry Ragobert racconta gli eventi della sua storia è preso di peso dall'eredità disneiana in materia, quel tipo di linguaggio audiovisivo muto che è stato inventato e messo a punto dalla grande casa d'animazione. Del resto essendosi fermata al '27 l'evoluzione del linguaggio senza parole è evidente che il racconto di Amazonia 3D non possa che risultare vecchio stampo e un po' involuto.

Non ha nessuna pretesa di andare a cercare punti di vista sofisticati ma semmai di fare un racconto indirizzato ai bambini che scaldi il cuore ai grandi. Questa è la grande pecca del film.

Nonostante Ragobert sia bravissimo a sfruttare l'effetto Kulesov (un primo piano che si carica di paura o tensione o felicità a seconda di quale sia l'immagine che segue) e ad unire in un unico flusso immagini girate in maniera indipendente e probabilmente a giorni di distanza le une dalle altre, lo stesso il racconto di passione e liberazione di una scimmietta è la più convenzionale delle favolette e il meno sofisticato di documentari.

Roba per amanti degli animali.